Tag: tristezza

  • L’altra metà.

    L’altra metà.

    “Ben più della metà della vita l’abbiamo già trascorsa e il resto sarà sicuramente peggio della prima parte”. Alle porte del Natale, è questo il pensiero che ultimamente più mi attanaglia, soprattutto quando si fa buio, mi giro nel letto più a lungo del solito, le giornate sono corte e ci si avvicina alla fine dell’anno e al momento dei consuntivi.

    Eppure, è un periodo questo che quasi non dovrebbe lasciar affiorare i pensieri tristi, viste le tante cose in ponte. Tutto sommato belle. Prendersi cura delle bambine è qualcosa che impegna e dà significati, e lascia un certo senso di leggerezza. Stanno crescendo, ci sono piccoli inciampi – oddio, anche grandi spaventi come quello di Costanza – ma prendersi cura di loro aiuta. Poi il lavoro. Vero: faticosissimo, ma proprio in quest’ultimo anno di difficoltà sono emerse le soddisfazioni più grandi e sono nati progetti che sento quasi come dei figli. Quest’anno è nato il BAR(N), spazio fisico bellissimo ma anche mio personal branding dove canalizzare la mia creatività. “La Molecola della Civiltà” è diventata grande e ho viaggiato con lei in tutto il mondo – e chissà che nel 2024 non si approdi anche nel mondo podcast. Poi le mie attività di cantastorie e la mia crescita con EACD e le lezioni ai master de Il Sole 24 Ore e dell’Università Sant’Anna. Abbiamo anche in progetto il restauro del fienile e la sua trasformazione in una nuova casetta che andrà ad arricchire il complesso di Bisarno: finalmente sono ripartiti i lavori e pian pianino ci muoviamo. Lentamente, ma ci muoviamo.

    Quindi, forse è proprio questo il segreto per esorcizzare queste striscianti malinconie. Che ho sempre avuto, dai 15 anni poi, solo che con l’incidere degli anni prendono consistenze, anzi, rimuginii diversi. E quando sono accadute le cose brutte, e sono accadute, queste stesse malinconie si sono vaporizzate, sono scomparse. Allora il segreto è non pensare troppo al futuro, a quanto ne resta, non rimpiangere con nostalgia quello che è stato, il passato, le occasioni perse, e stare nel presente e fuori dai propri personalismi. Pensare in positivo. Lasciare una impronta sotto forma di gesti di bellezza, di cure dedicate, di attenzioni affettuose, di principi e valori. E provare a fregarsene dell’altra metà.

  • Malinconia d’agosto

    Malinconia d’agosto

    A tutti piace l’agosto. Il mare. Il caldo. Il cocomero. Le vacanze. A me no. Ogni anno mi trovo a combattere una strisciante malinconia esacerbata da questo palese senso di necrosi e caduta che agosto reca con sè. Tutto mi pare in limine mortis, preconizzare la fine ed esorcizzarla con gli eccessi: una carnevalata della natura fatta di temperature esagerate, frutti turgidi di colore e profumi, arsura e siccità e quando piove grandine e ira, equilibri assenti, danze sfrenate. Il canto del cigno prima della sua dipartita. Il Barocco in arte. Lo stucchevole e l’eccesso. La surmaturazione dolcissima del fico, ma già marcescente. Un virtuoso equilibrista su una corda tesissima. La maschera di un clown che esaspera il sorriso per non piangere. La violenza di insetti e vermi e formiche e mosche e zanzare che brulicano, rosicchiano, ronzano prima che tutto taccia. Quel non so che che attanaglia la domenica sera a occhi chiusi a letto per prendere sonno.

    Io proprio non lo sopporto. Ho imparato a scendere a patti con tante cose. Ma l’agosto no. Lo sento un mese tragico. Le stragi. I ponti crollati. Le notizie di cronaca nera che trovano più spazi che mai: il caldo dà alla testa, si impazzisce, vengono fuori le insoddisfazioni, le coppie si lasciano, i litigi sono più furibondi.

    E, per noi, il 14 agosto 2018 iniziava una nuova vita, a seguito di una diagnosi ricevuta esattamente mentre crollava il ponte di Genova, in una giornata di violento temporale dopo ore di temperature elevatissime. Forse, odiando agosto si può imparare ad amare gli altri 11 mesi e la vita in generale? Dalla tristezza che genera questo mese, e tante situazioni che la vita offre, imparare a godersene i controcanti, i chiari dopo gli scuri?

     

     

  • Io e la mia barba

    Io e la mia barba

    Eccomi qua.

    Circa un anno e mezzo fa decisi di farmi crescere la barba. 

    Tutti mi dicevano che avevo un’aria da sbarbatello, e che un look più adulto e virile mi avrebbe donato e aiutato anche a darmi un tono più manageriale al lavoro. 

    Del resto, la mia vanità ormai da anni piangeva l’assenza del capello e delle più disparate pettinature che amavo concedermi, e dedicarmi al mio pelo facciale, peraltro di un rosso acceso e quasi normanno, distintivo e notabile, forse mi avrebbe dato un aspetto anche più piacente. 

    E i primi mesi con la barba effettivamente mi piacevo un sacco. 

    Oggi sono tornato dal barbiere e, mentre gli chiedevo “una barba più socratica e meno pirandelliana”, e lui mi rispondeva infastidito cosa stessi blaterando, la mia proiezione nel gigantesco specchio illuminato dalla fredda luce del neon, mi ha restituito l’immagine riflessa di una persona, me, a cui, adesso, dopo un anno e mezzo, servirebbe tenere il volto pulito e senza un filo di barba per sembrare un po’ meno vecchio, altro che “una barba più socratica e meno pirandelliana”. 

    E, davanti all’impietoso specchio, io mi sono fatto un po’ pena: tutte quelle rughe, l’argento ormai dominante in una barba che una volta fiammeggiava, gli occhi devastati dai calazi, e uno più chiuso e uno più aperto, le screpolature della pelle fra le sopracciglia e lungo la fronte, il lento e inesorabile ritiro dei miei capelli che manco le acque al passaggio di Noé (anche se li tengo cortissimi, si nota sempre più la mia imminente calvizie), la faccia bianchiccia. Bruttino, si.

    E, assorto in queste riflessioni dal sapore di cicuta, ho meccanicamente storto la bocca.

    “Oh, io te la sto facendo come mi sembra meglio, so’ un po’ icché l’é socratico…”. La replica del barbiere mi ha quasi destato. “Non ti preoccupare, mi ero perso nei miei pensieri, va benissimo così…”.

    Mi sono alzato, dopo aver comunque apprezzato il taglio – socratico come lo volevo io -, il massaggio con l’olio caldo al viso per ammorbidire la barba, tutte le premure che mi hanno fatto sentire un po’ meglio, pur durante riflessioni amare. Ho pagato e sono uscito verso la macchina. Il solito vento freddo a guastare una giornata che non sarebbe stata brutta. Con la mia barba rossa e grigia che mi fa oggi sembrare più vecchio di quello che già mi sento e comincio a essere.

  • La primavera del gatto nero.

    La primavera del gatto nero.

    Questa influenza continua a farsi sentire: la tosse non mi passa, così come un profondo senso di stanchezza addosso. Ci metto anche del mio: non brillo proprio di vitalità e mi rendo conto che sto subendo passivamente questo piccolo problema di salute. Intanto le temperature di questi ultimi giorni di febbraio hanno rotto il muro ideologico dei 20 gradi e la natura, in contrario rispetto a me, sta esplodendo di ubertosa vitalità. Stanno spuntando anche i bulbi di narciso e iris che avevamo piantato con la Mati lo scorso novembre attorno al recinto dell’orto. Pesco e mandorlo hanno gemme gonfie di colori. Le verdure nell’orto hanno ripreso a crescere: il cavolfiore, ma anche i radicchi, i baccelli, le cipolle, gli agli. I gatti si amano e odiano e si graffiano e soffiano: si è aggiunta alla colonia un gattone nero con gli occhi verdi, sembra una pantera: bellissimo quanto misterioso, un po’ la mia proiezione del futuro e… mi ci rivedo pure. Persino i leprotti sentono il clima e corrono in su e in giù lungo i campi punti da vaghezze d’amore. Ho anche riportato all’aperto le piante di peperoncino dello scorso anno, che ho tenuto stipate nel fienile e, questione di giorni ormai, anche gli agrumi dovranno essere portati in giardino: ormai il clima è mite e la notte non dovrebbe più ghiacciare. In poche settimane Bisarno tornerà a essere quel giardino delle delizie che ho con fatica disegnato e progettato, con tutta la sua bellezza e le inquietudini che ci soggiacciono.

    “Il giardino delle delizie” di Bosch: un quadro immaginifico e lisergico, che nasconde dietro il bello e l’armonico tante sinistre inquietudini.

    Sì, sto soffrendo questa mia diversità col resto del creato. L’inverno ti tiene in casa, ti porta quasi naturalmente a stare chiuso e raccolto in sé, è come se valorizzasse la mia istintiva solitudine. Un isolamento che in alcuni frangenti mi è stato quasi comodo. Del resto, voglia di vedere le persone ne ho avuta proprio poca. La primavera imminente invece reclama vita. Socialità. Condivisione. Gioia. Profumi. Senz’altro mi e ci farà bene, ma per un cultore del “buio” in solitudine come me, riaffacciarmi alla vita, provare a essere “fibra dell’universo”, invece che “ingranaggio che scricchiola” (espressioni di Ungaretti e Montale) un po’ mi inquieta. Mi fa pensare a come tutto si sia spezzato l’estate scorsa, quando c’era vitalità, entusiasmo, condivisione: quel caldo dell’estate scorsa mi brucia addosso, i ricordi dell’assurda e sofferta vacanza in Spagna, le analisi e gli ulteriori accertamente, una caduta dopo l’altra, fino all’inizio delle cure da metà settembre, che perlomeno ci ha instradati verso una direzione, conducendoci verso l’autunno e poi inverno.

    Ora c’è da uscire dal letargo, riesporsi alla vita e al sole, al giardino e alle sue delizie.

  • La citrosodina quando soffia il vento.

    La citrosodina quando soffia il vento.

    Sposto pietre, penso cose…

    Domenica sera. Si sta chiudendo un’altra settimana. Fuori pioviggina, dal grigio al buio è stato un attimo, e spira un forte vento, come ieri. Le bambine stanno guardando la TV,  con la Mati a soffiarsi il naso per il sesto raffreddore stagionale. La Laura legge sul letto, bella col suo taglio da marine. E io qui accanto aggiorno il blog, mentre sorseggio un po’ di acqua con citrosodina.

    La citrosodina. La prendevo di nascosto a casa dei miei nonni paterni. La mia nonna Fedora la chiamava “i chicchini”. “Li vuoi un po’ di chicchini, nanni?” – mi chiedeva con la sua aria stralunata, da matta di casa. E senza attendere risposta ne metteva un po’ per me, di citrosodina, in uno scottex, mentre il nonno Gino mi forniva sorridente mille lire e Stadio, il giornale sportivo che comprava tutte le mattine. Fine anni Ottanta, o giù di lì.

    Da qualche mese, dopo decenni di dimenticanza, la citrosodina, nel barattolo di sempre, é riapparsa in casa, dietro suggerimento del mio medico, come farmaco per provare a guarire i miei violenti crampi alle dita dei piedi, un mio problema storico che negli ultimi mesi si é accentuato. Oggi la bevo per digerire, per evitare i crampi, ma anche – come se fosse la mia madeleine di una Pontassieve che fu – per rifugiarmi nel mio ovattato passato fanciullesco e provare a scacciare le malinconie, le paure e le angosce che mi stringono forte l’anima.

    Per ritrovarmi un po’. Con la citrosodina e la sua citrica effervescenza, ma anche con l’amore della mia famiglia, i semini che germineranno e l’orto che verrà, la primavera con le sue profumate fioriture, le bambine e il loro brio, dei nuovi stimoli professionali, la mia scrittura che sempre mi affianca, Bisarno che si fa sempre più bella e io che mi impegno perché ciò accada (anche quest’ora week end ho spostato sassi, razzolato il campo, bruciato le potature, consolidato il nuovo muro…)  e, non ultima, la forza del mio carattere che ha sempre avuto sogni vertiginosi e ha sempre provato a realizzarli.

    Il mio fedele Arancino. Mentre lavoro, lui guarda.

  • Terrazzamenti e un nocio.

    Terrazzamenti e un nocio.

    Eccolo completato: mancava la parte alla sinistra della cisterna del vino.

    Abbiamo ripreso i lavori esterni a Bisarno, per cercare di ritrovare un po’ di entusiasmi e combattere la malinconia del periodo.

    Erano ufficialmente fermi da luglio anche se qualcosina, molto amatorialmente e a costo zero, con mio suocero, anche con mio babbo fino alla fine dell’estate, si era comunque fatto: le stuccature del marciapiede, la facciata nord della casa…

    Da lunedì è tornato Paolo, l’artista-muratore a cui dobbiamo il bello e accurato ripristino storico delle murature facciavista di Bisarno. L’obiettivo è proseguire, e concludere, il muro di terrazzamento che si trova a sud della casa e che divide il piano dell’aia dall’orto. In questo muro è stata insertata una scala per scendere giù nell’orto e una cisterna di cemento per il vino (che utilizzerò come fontana di irrigazione). Successivamente, verrà costruito, ancora più a valle, un ulteriore muro di terrazzamento che separerà il piano dell’orto dall’ultimo segmento di terreno di nostra priorità che diverrà, in futuro, una piccola oliveta. In corso d’opera, cercheremo anche di integrare, con opere murarie e qualche scelta botanica, la presenza – antiestetica assai – dell’unità esterna della pompa di calore, che si trova a ridosso della porcilaia, adibita, al suo interno, in centrale termica. E, come conseguenza, anche la porcilaia risulterà architettonicamente un po’ più dolce e integrata rispetto all’aspetto odierno, fin troppo severo e slanciato.

    E in un piccolo angolo di terra sotto l’ingresso del piano terra del fienile, che si trova appunto nel segmento che verrà delineato dal secondo terrazzamento, ho piantato un nocio di Sorrento. Una volta nelle case dei contadini si piantavano noci per festeggiare la nascita di un bambino. A Bisarno ho trovato tanti alberi di noci quando l’abbiamo acquistata. Uno di questi l’avevamo dovuto abbattere perché le radici si erano addentrate troppo a ridosso delle fondamenta e anche la chioma dava noia alle tegole del tetto: le assi del nocio sono oggi una splendida scrivania e delle meravigliose mensole nella stanza giochi delle bambine. Il nocio è un albero maestoso e un inno alla vita. Ho deciso di ripiantarlo a memoria di mio babbo. Un suo ricordo. E’ passato poco più di un mese e la mancanza è sorda.

    E’ un bel nocio. Già di qualche anno. Gli sarebbe piaciuto, anche la posizione scelta: a valle di tutto il complesso di Bisarno.

  • Facendo.

    Facendo.

    Il mio impianto hi fi del 1990. Ancora una bomba!

    Oggi é stata una giornata vissuta. Carica di azioni e di emozioni. Non trascinata passivamente, come le ultime, in indolenti e stanche riflessioni. Non credo riuscirò mai a far mio l’abusato “vivi come se fosse il tuo ultimo giorno”, ma oggi, sabato 29 dicembre, sono almeno riuscito a maturare un approccio più terrestre e concreto al mio vivere, almeno quando riesco a scuotermi dal mio spleen e dalla mia tristezza. 

    Una giornata vissuta fin dal primo mattino, con io e Matilde che, dopo la colazione al bar Remo con la nonna, e dopo una visita di potenziali interessati alla casa di mia mamma (altra futura rivoluzione in corso), ci siamo diretti verso Figline per ritirare un piccolo acquisto fatto al mercatino dell’usato. In macchina la solita dolcezza della Mati e la sua curiosa propensione ad ascoltare e a comprendere le “mie” canzoni. Intervallata dalle “sue” Amore e Capoera e Barbie Girl, mi sono soffermato, riascoltandola più volte con lei, su Come é profondo il mare di Dalla. Che pezzo spettacolare. Di libri, e di poesie, senza vanto, ne ho lette tante, molte hanno lasciato tracce indelebili in me, ma sul podio delle emozioni agrodolci – piango,  gioisco, piango di nuovo – si situa Come é profondo il mare. Ogni frase é un rapsodia di visioni ed emozioni, suscitate da un uso metaforico e colorito, al limite del surreale e del grottesco, della lingua italiana: “Babbo, che eri un gran cacciatore di quaglie, scaccia via queste mosche che non mi fanno dormire”…

    Rientrati da Figline, siamo stati prima da Brico, a prendere dei cavi per una idea di ripristino veterotecnologico che poi avrei attuato con grandi risultati nel pomeriggio, e poi al Vivaio di Rosano, a chiedere informazioni sulla consegna del nocio che ho comprato il giorno del trapasso del babbo e che verrà piantato in sua memoria sotto il fienile di Bisarno.

    A pranzo, un corroborante desinare con insalata di radicchio, frutta secca, parmigiano e ginger, gustata con piacere da tutta la famiglia e, nel primo pomeriggio, ho aiutato NonnoCiccio a far passare i fili del telefono: rullo di tamburi, abbiamo finalmente internet in casa! Successivamente, con l’incedere del pomeriggio, mentre fuori la nebbia avvolgeva tutta la campagna, ho ripristinato, dando il la a profonde e nostalgiche epifanie, il mio vecchio impianto stereo, regalo paterno per la promozione in prima superiore. Stava accatastato a casa dei miei e mi è preso voglia di riprovarlo. Ho dovuto penare non poco per ritrovare tutti i vecchi cavi analogici, per attaccare le grandi casse di radica all’amplificatore, e quest’ultimo a un lettore cd e un ricevitore Bluetooth ma la soddisfazione di farlo suonare – ho ripreso vecchi CD del tempo – è stata enorme. Mi ha per un po’ distolto dal velo di tristezza del mio presente. Anche solo girare la ruzzola del volume, avvertirla fisicamente, e sentire i bassi avvolgermi mi ha estraniato in un microcosmo di dolci ricordi, di un me non adulto, inquieto come lo sono ora, con meno capelli e gli occhi più rugosi.

    Le bambine a cena con la nonna…

    A cena, con le bambine da mia mamma (prima le ha portate al cinema, poi a mangiare a casa sua e infine a dormire tutte e tre nel lettone), io&Laura ci siamo concessi una serata a due a Firenze per concludere, fra le squisitezze cinesi del dim sum, dei noodles e del riso nero, una giornata ricca di sensi – odori, suoni, sapori, contatti -, che ha avuto il pregio di non farmi accartocciare nei miei soliti pensieri neri, mostrando, io a me stesso, come poter affrontare questo periodo. A petto in fuori, facendo.

  • Una madaleine al sapore di pistacchio

    Una madaleine al sapore di pistacchio

    L’orto ghiacciato

    Un cornetto al pistacchio dolce e friabile. Lo divoro ad ampi bocconi, malgrado sia la seconda colazione. L’espresso amaro con cui lo accompagno leviga nel palato il sapore caramelloso della libidinosa crema verdastra e deglutire è un vero piacere.

    In un attimo ho finito questa pausa golosa ma l’esperienza si è dilatata, evolvendosi dal gusto al pensiero ai ricordi fino alle riflessioni, facendola quasi apparire senza tempo. Una “madaleine” in un centro commerciale a Prato. 

    Sono giorni di festa. Freddi e un po’ grigi. Ogni tanto affiora un sole pallido e la malinconia si veste della bellezza che mi sta attorno. I ricordi di ciò che era un anno fa, potrei dire solo prima di quest’estate e delle rivoluzioni che ha portato, fanno male, tutto fa troppo male, e preferisco spostare l’attenzione su quello che vivo ora, sebbene sia tutto molto fragile ed emotivamente instabile. 

    Gatto, Upupole e Bisarno

    La mia famiglia è stretta e unita. La nostra grande casa sempre più calda. Si è aperta per Natale in una giornata fredda quanto assolata e la vecchia stalla, oggi la nostra sala, ha accolta una festosa tavolata di 15 persone. 

    La bellezza. A costo di risultare superficiale, la trovo uno degli aspetti più confortevoli. “La bellezza salverà il mondo” – faceva dire Dostoevsky al principe Miškin ne L’idiota. A me salva dal ruminio mentale. Dal pensiero negativo. Dal pessimismo che spesso mi stritola. E allora anche passeggiare nel prato coi gattini e vedere l’austera Bisarno – come è venuta bene! – mi salva. Mi salva riordinare la lavanderia come fossi un casalingo disperato. Mi salvano le geometrie della natura, quando guardo le foglie degli ortaggi cristallizzate dal gelo. Mi salvano le bambine coi loro pigiamoni invernali mentre dormono a pancia in giù e hanno le gote arrossate e le bocche fiorite. 

    Il cavolfiore sotto la brina

    Ritorno al presente. C’è un gruppo di ragazzine accanto a me, hanno sempre il “cazzo” in bocca mentre parlano. La tazzina vuota di caffè e il piattino con delle briciole sparse su un tovagliolino spiegazzato, mentre la radio del bar gracchia una non nota hit latinoamericana, spezzano questa mia “epifania” sulla bellezza del mio fragile presente. Mi alzo. Vado a pagare. Si, la bellezza salverà il mondo.

    Bambine al tramonto

  • Quante note di felicità?

    Quante note di felicità?

    Un Carnevale di una ventina di anni fa…

    È andata babbo. Non ci sei più. Ora mi aiuterai da lassù a districare tutti questi casini che ci sono capitati in famiglia. Non abbiamo fatto in tempo a festeggiare il tuo compleanno, e io a farti la barba, un’ultima simbolica volta, come mi avevi chiesto con un filo di voce l’altro giorno.

    Annuso i tuoi cappotti. Mi metto il tuo cappello. Pazzesco quarta forza abbiano gli odori e ritrovare il tuo profumo attraverso gli abiti che avevi indossato fino a poche ore fa mi genera emozioni contrastanti e potenti.

    Avevi questo modo di starmi vicino, di essere presente, che mi annienta non poter più ricevere. Mi radevi col rasoio elettrico i peli dietro il collo. Mi facevi il nodo alla cravatta le rare volte che ne avevo bisogno. Mi sbucciavi la frutta – ti piaceva tagliare tutto con precisione maniacale. Eri pieno di premure. Di gesti. Di entusiasmi.

    Ti mettevi a disposizione di me, poi della Laura, delle tue adorate nipotine, di tutti, sempre, fosse un passaggio all’alba all’aeroporto, un qualsiasi treno dovessi prendere, un viaggio di piacere o di lavoro. Avevi una presenza sorridente e positiva. Come quando irrompevi nello spogliatoio – da ragazzino giocavo in una squadra di calcio – e, dopo esserti sorbito la partita, spesso di domenica mattina alle 9 nella periferia della periferia, asciugavi a tutti noi i capelli col phon: “vi ammalate a lasciarli bagnati”. Nessuno poteva scapparti!

    Una foto di te recente.

    Mi hai sempre assecondato in ogni mio progetto – anche il più bislacco (e ce ne sono stati) – con una vicinanza entusiasta. Le tue parole dopo avermi portato a fare un giro in macchina dopo la mia prima grande delusione di amore a 20 anni. Il tuo appoggio nella scelta di fare Lettere. O per il master “sperimentale” a Milano (ricordo la tua faccia perplessa quando ti dissi che il piano di studi del costosissimo corso includeva pittura, teatro e psicanalisi di gruppo!). O per l’acquisto e la lunga ristrutturazione di Bisarno, la nostra casa, per la quale tante volte mi sono trovato solo e arreso, o della prima nostra casina a San Francesco. Tu mi motivavi sempre e comunque. C’eri sempre. Con l’ottimismo dell’azione.

    Spero proprio di averti reso almeno un po’ di tutto quanto mi hai dato. Io ce l’ho messa tutta in questi ultimi mesi quando la tua malattia aveva ormai prevalso. Non penso purtroppo di essere stato troppo bravo, o forte, o solido, come mi dicono dovrei essere in questi momenti. Ultimamente sono in un gran pantano babbo. E anche nelle ultime sofferenti settimane tu invece hai saputo una volta di più fare il babbo, dando coraggio, accogliendo i miei sfoghi e le mie paure. Mi dicevi: “Le cose non sono mai così brutte come sembrano”. 

    E grazie infine e soprattutto anche per avermi dato l’esempio di una storia d’amore fortissima, dolce, vera, come quella con la mamma, e un significato profondo e unico al significato di famiglia. Sono stato uno spettatore privilegiato, sempre in prima fila a bearmi di tutte le vostre coccole. Le nostre vacanze a tre, io te e la mamma quando partivamo in una macchina sgangherata verso il sud e vomitavo più volte lungo il viaggio, voi due che vi baciavate sempre come due fidanzatini – un po’ mi imbarazzavo un po’ ero geloso ma tanto ero felice! – con “Fotoromanza” della Nannini da un juke-box  sotto il cielo stellato della Sardegna. I pranzi i sabato nel cucinotto di via della Repubblica a sentire la classifica delle canzoni alla radio, quando Miguel Bosè e Ramazzotti si contendevano il primato. Io e te le domeniche con una radiolina in due a sentire Tutto il calcio minuto per minuto e i rari gol di Baggio, Borgonovo, Monelli mentre la mamma diceva di spengerla, quella radio!

    Quante note di felicità avete suonato per me? Mi avete fatto sentire sempre un bambino felice, cresciuto in un nido soffice e pieno di amore, di dolci rituali e consuetudini che oggi sono il mio armonioso spartito per sovrastare i rumori del mondo, per essere (meglio: provare a essere) io ora il babbo e l’uomo che sei stato tu. Sarà difficilissimo ma è un proposito che voglio incarnare.

    Buon viaggio babbo. Continua a starmi vicino e grazie di essere stato così. 

    Stessa postura e sorriso.

  • Manifesto di una giornata fredda e soleggiata.

    Manifesto di una giornata fredda e soleggiata.

    Oggi è il primo giorno che sa d’inverno. Dopo tanta pioggia, e vento, e giornate nebbiose, in cui il poco sole dava comunque ancora zampate ubertose, calde, accese, oggi al contrario una splendida luce algida ci ha accolto fin dal mattino presto, quando – di buona ora – ho portato Matilde a scuola, rigovernato i gatti (ormai sono 6…) e perlustrato l’orto.

    L’aria frizzante del mattino mi ha ancorato a terra. Ho stretto il cappotto invernale e ho cercato di scacciare il frustrante ruminio dei miei pensieri che in questi giorni è andato di pari passo col tempo metereologico. Sarà così per molto tempo. Tristezze, paure, inquietudini, rabbie. Ci sono troppe cose che non vanno come dovrebbero.

    Però, talvolta mi accorgo che le situazioni vanno messe in prospettiva. Tutto cambia. Una giornata di luce fredda come oggi mi insegna proprio questo. Tenere duro. Essere centrato, solido e presente. Cercare di valorizzare quello che c’è comunque di positivo in questo periodo. Vivere della bellezza che ci circonda ed essere operativo (gesti, azioni, prendersi cura degli altri, amare i miei amori), lasciando stare le riflessioni che vanno solo a inquinare ulteriormente il mio stato d’animo. E a non negarmi mai la voglia, anche sforzandomi, di continuare a progettare e a fare, sia per il presente che per il domani: piccole cose, nuove pianticelle in giardino, i lavori in muratura fuori nell’aia, cucinare, svolgere bene le mie attività di comunicatore in Ruffino, assaporare le frazioni di felicità che possono nascere, spesso da eventi non considerati o non attesi.

    Eh si. Mi scuso con Pavese per rubargli il titolo di un suo libro-diario, ma vivere è proprio un mestiere, e in questi mesi sto cercando, con fatica ma col mio massimo impegno, di apprendere il più possibile, cimentandomi nella pratica, i segreti di questo “lavoraccio” che tocca a tutti.

    La casa dal basso, incorniciata da mirto, lavanda e biancospino.