Tag: viaggiare

  • La Molecola in tournee

    La Molecola in tournee

    Appena rientrato da Londra, dove il 13 e il 14 maggio avevo sostenuto i due giorni di esami del D3 WSET – acme di mesi di studio matto e disperatissimo (e bene speremus per i risultati!), ho potuto finalmente riprendere in mano il mio libricino e gustarmelo attraverso una tournee di presentazioni davvero gratificanti.

    Ad aprile, avevo avuto due momenti molto intensi. Il primo si era svolto il 2 aprile al Bistrot dell’Agricola Toscana, nello splendido locale di Simone Angerami che vede adesso il “mio” Stefano Frassineti alla conduzione gastronomica (con piatti “ancestrali”, di civiltà antiche offerti agli ospiti: top!). Insieme a Stefano e a Federico Giuntini di Selvapiana, e a un Chianti Rufina 1997 strepitoso, abbiamo raccontato il libro nella deliziosa cantina interrata del locale fiorentino. Il secondo, a fine mese, al Claris, raffinato locale sul lungarno dove, grazie a Riccardo Chiarini, ho avuto modo di raccontare il viaggio del vino, accompagnato da ottimi vini e un gustoso aperitivo.

    Maggio è iniziato con una presentazione on-line (devo dire davvero ben riuscita e fluida nelle tecnologie) per la Scuola Italiana Sommelier, la SIS, grazie all’entusiasmo del presidente Nicola Ferrazzano, con studenti e sommelier collegati da Aosta alla Calabria! A fine mese una ganzissima doppietta in una enoteca veramente bella di Castelnuovo dell’Abate, a Montalcino, in compagnia di Lorenzo Ciolfi e degli straordinari vini di San Lorenzo, e del padrone di casa, il valentissimo sommelier Alberto Ponziati. Davvero una serata divertente, in uno scenario pittoresco, che mi ha portato anche a conoscere altri produttori e persone. Quello che più amo del vino e che spero di aver trasmesso con La Molecola della Civiltà. Infine, il mese si è chiuso con un ritorno al “natio borgo selvaggio”, Pontassieve, dove avevo avuto la primissima presentazione. Questa volta, però, ho avuto l’onore di stare sul palco dello splendido teatro pontassieve Cinema Teatro Italia, con le immagini del libro proiettate sul grande schermo!

    A giugno, una sola presentazione ma top: grazie all’amico giornalista Giovanni Pellicci, sono stato invitato a presentare il libro alla Bottiglieria Salefino di Siena, uno dei templi del mangiare e bere bene di Siena, in un ambiente curatissimo e di grande eleganza, gestito da Claudio di Sante. Una serata in cui il confronto fra me e Giovanni è stato bagnato da una serie di vini “orange” al calice da far paura!

    Ed eccoci a luglio! Inizio col botto, con Scene di Paglia, uno dei principali festival teatrali in Italia, coinvolto da Fernando Marchiori e Martina Scanferla. Insieme al giornalista Giambattista Marchetto, e ospiti dalla vulcanica e bravissima Asja Rigato, in quel di Bovolenta, ho avuto la mia prima volta in Veneto, in zona prelagunare che non conoscevo e dal fascino infinito. Luglio è poi proseguito nella parte opposta di Italia, a Sibari, ospite, per volontà dell’amico Giovanni Gagliardi, a Vinitaly and The City, direttamente nel parco archeologico della città e in concomitanza con la finale dei mondiali fra Spagna e Argentina. Poco male, grazie alla moderazione della giornalista Carmela Formoso, ci siamo fatti sentire e abbiamo attratto un bel numero di presenti.

    Last, but not the least, la partecipazione a Le Notti dell’Archeologia, che sono organizzate dalla tenuta maremmana di Rocca di Frassinello. Un grazie enorme a Francesco Ugurgieri e all’etruscologa Giuditta Pesenti per avermi coinvolto: Dopo aver portato il libro nelle terre campane degli Osci, in quelle calabre dei Sibariti, finalmente gli Etruschi! Dopo la presentazione del libro, moderato dall’etruscologa Giuditta, la stessa ci ha fatto visitare il museo etrusco e, dopo una gustosa degustazione, in notturna e al chiarore della luna e delle torce, i tumuli di tombe etrusche di quasi 3000 anni fa. Una serata magica davvero.

  • In Ungheria con The Global AVA

    In Ungheria con The Global AVA

    Sono di rientro dal primo summit di The Global AVA, la neonata associazione di prestigiose DOC vinicole da tutto il mondo, che si è svolto in Ungheria, nella regione vinicola di Badacsony. È stata una esperienza bellissima e per me un onore e un grande orgoglio rappresentare la mia terra e i miei vini, il Chianti Rufina, nonchè aver favorito e creato questo gemellaggio. E’ stato un confronto continuo con produttori, manager e istituzioni provenienti da ogni angolo del globo, dallo Chinon in Loira, Francia, a Livermore, San Francisco in California, dalla Dalmazia ai vini della Texas Country Hill, solo per citarne alcune. Il momento è complesso per tutti, inutile girarci attorno, ma credo fortemente che, attraverso lo scambio di conoscenze e idee, la condivisione di best practice, la costruzione di un marchio collettivo ma in cui si riflettono individualità regionali e nazionali, sia davvero quello che la civiltà del vino debba cercare di fare per favorire attivamente tempi migliori, in cui il vino torni a essere il centro delle tavole, e a rappresentare un esempio concreto del saper fare e dell’intelligenza della mano. Abbiamo raccontato ai tanti presenti la DOCG Chianti Rufina, piccola, prestigiosa, unica realtà italiana, con cantine che aprono le proprie porte, accoglienti, con storie millenarie che parlano un linguaggio attuale, presente, vivo. Nel raccontarci, negli occhi sgranati e sorridenti di chi ci ascoltava, sono emersi ancora una volta di più i nostri infiniti potenziali. Un sacco di lavoro, ma la strada è quella giusta. Un grazie anche alla regione vinicola di Badacsony sul Balaton in Pannonia, nata duemila anni fa per volere dell’imperatore romano Probo, e tutti ce lo hanno ricordato!, che, malgrado il freddo e il vento gelido, ci hanno accolto con una umanità e un calore commovente.

  • Enocliternia 2025

    Enocliternia 2025

    Sabato 22 novembre ho avuto l’onore di partecipare come relatore sulla storia del vino a un evento nel sud del Molise, a Nuova Cliternia, non lontano da Termoli, chiamato EnoCliternia. L’evento è stato magnificamente organizzato dalle 6 aziende vinicole della zona e voluto e coordinato dall’appassionato mediatore sociale, culturale e spirituale, il parroco don Antonio.

    Eravamo partiti all’alba e, dopo un buio viaggio fra la neve e le montagne abruzzesi, siamo arrivati in un assolato lembo magico di terra, affacciato sul mare, le Tremiti davanti a noi: Madonna Grande di Campomarino. Un paesaggio delizioso, di vini, sapori e di grande bellezza, scolpito dagli Osci, dai Sanniti, la Magna Grecia, i Romani, i Normanni, in un presente di viva identità comunitaria. Per me è stata una occasione meravigliosa per parlare di civiltà del vino, della sua storia millenaria che qui, fra vite, olivo, saper fare, si è sublimata in forme davvero aggraziate e ancora troppo poco note.

    La giornata, oltre al convegno, ha visto almeno altri 3 momenti significativi: il riempimento di un caratello col vino delle sei realtà, che il prossimo anno verrà vednuto all’asta in beneficenza; il banco di assaggio nel cuore del paese, accanto al Santuario della Madonna Grande, coi vini e i sapori del territorio, affolatissimo; e, l’indomani mattina, la piantumazione di barbatelle, piccoli viti di Montepulciano, Tintilia, Falanghina, Aglianico, per i vini del futuro, piantate dai più giovani e dai più anziani: un gesto semplice ma di grande fascino.

    Grazie a Fabio Zavattaro, vaticanista raffinatissimo e grande giornalista, e al bravissimo collega Emanuele Rossini, mio correlatore, per avermi coinvolto, e bravi una volta di più ai prodottori, ai giovani e valenti organizzatori come Loris Antenucci, e alle istituzioni perché il vino lo si promuove e lo si comunica proprio così: con la propria comunità al centro, senza snobismi o linguaggi astrusi, con leggerezza, nel gusto dello stare insieme, nella condivisione e nell’apertura. Ad maiora, con un ottimo calice di Tintilia in mano!

  • Haikou

    Haikou

    La seconda parte del viaggio ad Hainan si è svolta nella capitale dell’isola, ad Haikou, nel nord. Circa 4 ore di van sotto una pioggia tropicale e l’arrivo in città. La prima impressione non è stata ideale: cielo grigio, città questa volta grande (4 milioni di abitanti, piccola per la Cina ma grande per i miei canoni) e una sensazione di deja vu deludente che ho avuto in molte megalopoli della Cina. In realtà, questo giudizio severo mi si è confutato e quasi del tutto ribaltato già dopo pochi attimi.

    Eravamo coinvolti a un altro evento di incontro fra le parti, questa volta rivolto più all’area politica che commerciale e il benvenuto che ci è stato fornito, l’organizzazione coi suoi rituali (fra cui quello del te), la magnifica cena di gala – mi sembrava di essere dentro un film, hanno reso la giornata davvero memorabile. Abbiamo poi concluso la serata, noi italiani, al roofbar dell’hotel dove, fra birra cinese, un piano bar che ci cantava canzoni italiane anni 50, fra la stanchezza, la soddisfazione, lo straniamento di essere così lontani da casa, di conoscerci da poche ore fra di noi eppure in maniera così “vissuta”, ci siamo lasciati andare a riflessioni molto personali.

    L’indomani abbiamo visitato il duty free più grande del mondo (!), che si trova fuori Haikou – impressionante, ma abissalmente lontano dai miei interessi. Per pranzo, abbiamo mangiato col proprietario di un hotel sulla costa, che poi ci ha mostrato i plastici di altre sue proprietà: tutto molto surreale, mi rendo conto anche solo a scriverlo. Immaginate a viverlo. Anche la serata conclusiva è stata particolarissima: una cena in classico stile hainanese, accompagnati da un funzionario pubblico di alto livello,  con spettacolo di acrobati e canto, dentro un edificio a forma semisferica a vetri, affacciato sul mare. Decisamente memorabile.

    Finale di serata col cocco (credo di averne bevuto più di 15 litri, e mangiato in ogni sua declinazione) e visita di quella che forse è la cosa che mi è più piaciuta di questa settimana: la città vecchia di Haikou. Vecchia per modo di dire perché la furia iconoclasta con cui gran parte delle aree storiche in Cina sono state abbattute non è stata risparmiata neanche qui, e per vecchio intendo quindi inizio Novecento, ma è stato molto affascinante immergersi nel mercato locale, fra case basse e un po’ dirute, venditori chiassosi, botteghe di artigianato e prodotti locali.

    Proprio a pochi dal più grande duty free del mondo e nella capitale dell’isola destinata a diventare il più grande polo commerciale del mondo. Ah, fra i banchi del mercato, in luoghi al limite dell’igiene, vi era la possibilità di pagare con WeChat, vero grande fratello della Cina, mentre le connessioni con Google, con Whatsapp e tutto il gruppo Meta precluse anche nei grandi hotel di catene internazionali.

  • Olandesi volanti!

    Olandesi volanti!

    Quest’anno abbiamo trascorso le vacanze di agosto nella splendida Amsterdam, in una meravigliosa casa torre che si affacciava sul Vondel Park. Attraverso questo nido fresco ed elegante, abbiamo vissuto come fossimo degli amsterdammer, incluse le biciclette all’ingresso, e il car sharing.

    Una vacanza viaggio, come sempre, nello spirito di calarsi nel luogo, imbibersi delle bellezze che ci offrono: nel caso di Amsterdam e dell’Olanda musei di arte fiamminga e contemporanea, parchi verdissimi, canali, cucina orientale, birra, tanto movimento – a piedi, pedalando e anche in kayak nei canali.

    Eravamo un gruppo di 14 amici, noi nella nostra casa ad Amsterdam e altre tre famiglie, le stesse con cui giovincelli e senza figli peregrinavamo entusiasti l’Europa e il Medio Oriente, in una casa poco fuori la città: è stata una emozione ricondivere un viaggio, seppur più semplice nelle dinamiche, con le stesse persone diventate però adulte e genitori.

    La nostra casa era già parte della vacanza: una casa su quaatro piani, squisitamente arredata, con inserti di design che si innestavano su strutture classiche e scale ripide. Attorno a noi, una atmosfera da village, che avevamo per esempio a Parigi nella nostra casa in Canal Sant Martin, con enoteca, formaggeria, specialty coffe, pub letteramente sotto casa, e il parco per fare due passi o una pedalata. 10 minuti a piedi e raggiungevamo l’area dei musei, con la sacra trinità del Rijks – Rembrandt e Veermer davvero pittori sublimi, di ritrattistiche vere, sofferte, cupe -, del Van Gogh e dello Stedelijk.

    A nord dell’area dei musei, il quartiere Joordan, coi gretchen più belli e il museo Anna Frank (visto, esperienza davvero molto forte), e a sud De Pijp, altro quartiere di grande vivibilità. Una delle novità che mi sono piaciute di più da un punto di vista urbanistico è il quartiere De Noord, con la conversione di capannoni industriali a luoghi di arte moderna e ambienti enogastronomici con tendenze green e di riuso.

    Ci siamo divertiti a provare le tante cucine che gli olandesi hanno introdotto in città nella loro golden age del XVII secolo, fra cui la mia preferita, la cucina indonesiana, ma ottime sono state anche le esperienze col tailandese, con le birre olandesi, col libanese – abbiamo trovato una hummus house paradisiaca.

    La città si gira benissimo in bicicletta, meglio che a piedi perchè da pedoni si fa molta fatica a capire quali siano i limiti e i confini coi ciclisti e le auto. Ma nel parco, ancora meglio, visto che non ci sono le auto. Diverse volte, tutti e quattro, abbiamo impugnato le biciclette sotto casa e pedalato nel Vondel Park, arietta fresca nel viso, fra persone che facevano palestra, o yoga, o sorseggiavano una birra, o amoreggiavano, o giocavano coi loro bellissimi cani.

    Carico di presenza anche il pic nic che abbiamo imbandito sempre nel nostro Vondel Park, con formaggi, selezione di vini, salumi, hummus, cioccolata Tony, i caramellosi stroopwaffel e l’iPad sincronizzato con la finale di pallavolo alle Olimpiadi.

    La giornata più divertente e piena è stata quella del Pride Amsterdam, una marea coloratissima di persone che hanno ballato fra le vie e nelle chiatte nei canali. Abbiamo avuto la fortuna di essere la mattina al museo della scienza, Nemo, dove, in un canale limitrofo, partiva la boat parade, che di fatto abbiamo con entusiasmo e partecipazione seguito in ogni suo afflato danzereccio.

    E ovviamente, abbiamo comprato anche i tulipani, nel mercato dei fiori di Amsterdam: ho una bellissima idea per dove mettere i bulbi qui a Bisarno!

    Ma l’Olanda non è solo Amsterdam e abbiamo scoperto delle vere e proprie perle, da Utrecht – dove ci siamo divertiti a esplorare la cittadina via kayak! – ad Harlem (dove abbiamo assaggiato fra le birre più buone della mia vita, nella chiesa-birreria JOPEN), passando per Gouda, il paese del più famoso prodotto olandese, il formaggio Gouda, dove abbiamo mangiato formaggio con formaggio con formaggio, in una piazza del mercato dove ancora c’è la battitura d’asta dei formaggi. O sul mare del nord, in uno sperduto paese di cui non ricordo il nome, ma che finisce ovviamente in DAM, dove abbiamo partecipato alla sagra del paese in cui si servivano cozze e aringhe direttamente affumicate pescate dai pescatori del paese: quel vinello spagnolo era una delizia, e le cozze…ahhhh! O Delft, il paese delle celebri ceramiche biancoazzurre, dove ho comprato un meraviglioso gufo in lamiera fatto con logiche di fair trade, perchè un bellissimo portatulipani di Delft me lo avevano già regalato. Ovviamente, abbiamo visto anche i molini a vento, ma forse quello è stato il posto più turisticizzato e meno affascinante. Dappertutto, ad Amsterdam come nelle città più piccole, nei paesi, nella natura, la mano dell’uomo che manda via l’acqua, che crea canali, dighe, ponti, che del mare ha fatto un punto di forza, di commercio, di navigazione, di pensiero scientifico, di inclusione e apertura. Un concetto fortissimo quello di essere una terra fisicamente da sottrarre al mare, che altrimenti ingoierebbe tutto.

    Insomma, una vacanza splendida, con amici, al fresco, fra arte, cultura, approccio green, apertura, sapori da tutto il mondo.

  • La promessa delle mattine.

    La promessa delle mattine.

    Le colazioni all’alba quando mi trovo, come adesso, in Nord America, sono un rituale quasi mistico che ricorre e si ripete viaggio dopo viaggio. Malgrado tuti i miei tentativi di assorbire il jet lag attraverso giornate calme, senza caffeina, con l’aiuto di camomille e melatonine assunte in gran quantità, meditazioni pre sonno e quant’altro, la mattina successiva, meglio dire poche ore dopo i tentativi di addormentarmi, soprattutto i primissimi giorni dall’arrivo, mi ritrovo puntualmente sveglio alle 4.30, alle 5 massimo.

    E, regolarmente, mi trovo a cercare bar (bar che devono essere ottimi, ben recensiti, coi migliori caffè ed eccellenti paste) per potermi un po’ scuotere e mettermi in piedi, ritrovarmi, sia fisicamente che mentalmente: Il caffè, la colazione sono importanti, l’unico dogma italiano che rispetto, prima di aprirmi a tutti i sapori dei luoghi dove mi trovo.

    San Francisco, Vancouver, NYC, Montreal, Toronto, Los Angeles, Miami. In ognuna di queste città ho ricordi nitidissimi di colazioni fatte prestissimo, da solo, stordito dalla stanchezza, da un po’ di straniamento e dalle emozioni di trovarsi in viaggio, in un meditabondo ma in fondo costruttivo confronto con se stessi.

    Quante pagine si sono consumate in queste albe lontano da casa, lontano dalla vita frenetica del giorno, lontano da tutto. L’esatto contrario dei viaggi in Oriente, dove, causa orologio spostato in avanti, le mattine sanno di sonno peso, piena notte fisiologica e tirarsi giù dal letto è pura violenza.

    Stamani mattina mi trovo al Cafe Olimpico di Montreal. Negli anni 70 un immigrato romano decise di cercare fortuna in Quebec aprendo un bar e portando un buon caffè e buoni cornetti, un pezzo di Italia lontano da casa, qua a Montreal. Mi sembra ancora di sentirla la ferita della lontananza dall’Italia, in parte lenita cercando di riprodurre quei rituali. Dopo 50 anni ci sono 3 Cafe Olimpico in Montreal, e altri pronti ad aprire a Toronto e Ottawa, ma l’atmosfera del bar di borgata, bancone in legno, tavolini in marmo, macchina del caffè Cimbali, è quella dell’Italia un po’ passata e del tentativo di consolarsi dell’italiano lontano dagli affetti di casa. Anche la televisione che manda in loop le immagini della Roma dello scudetto sono un tocco vintage. Il cappuccino è discreto, il cornetto un po’ meno ma per me sono come le madeleine per Proust, i biscottini del ricordo: masticare e assaporare lentamente sotto le luci al neon e al sibilo litanico della macchina del caffè mi perme di viaggiare verso altri ricordi, verso altre albe. Ricordo albe a Wall Street di domenica mattina, rivelatosi – fuori dai ritmi folli dei giorni di lavoro – un village delizioso. Una Vancouver poetica in cui in uno dei primi specialty coffe bar, ricevetti i primi disegni del bagno della futura Bisarno, Bisarno tutta ancora da venire e ai tempi macerie in lunga ristrutturazione. O il meraviglioso bar dell’High Line Hotel a Midtown, con caffè da chicchi macinati nel momento e i giornali impaginati in una stecca di legno. O del mitico viaggio di nozze negli Stati Uniti, per una volta in famiglia, in cui alle 6 ci aggiravamo per Brooklyn senza anima via. Key West in Florida con un pancake alle 6 in un MacDonald (proprio io!). O lo Starbucks a Times Square in una delle prime trasferte newyorchesi (dico prime perché poi una volta vista ho sempre girato alla larga da Times Square) con apertura alle 5.30: la piazza deserta e i led dei grattacieli che sembravano essere solo per me, e per gli operatori ecologici che stavano pulendo le strade. 

    Di tutte queste mattine ho un ricordo prezioso. C’è una sorta di confortevole abbraccio, di presenza nutriente che al momento non si coglie ma che poi resta addosso nelle mattine da solo all’alba in Nord America. Anche le città appaiono più umane, fragili, aggraziate – la pioggia di stamani in una deserta Montreal del sabato mattino è un esempio perfetto. Mentre molti momenti dei viaggi si perdono fra le onde del tempo, queste mattine sono ancora tutte lì, nel loro essere semplici momenti di vita che negli anni mi hanno fedelmente accompagnato nel loro sapore di caffè, di lampioni ancora accesi alle prime luci del mattino, di poche persone indaffarate nei loro lavori umili, di poco traffico e di promesse tutte da schiudere. 

  • Made in Taiwan

    Made in Taiwan

    Aeroporto di Taipei. In attesa dell’interminabile volo che mi porterà al natio borgo selvaggio, dopo gli ultimi tre giorni di questo tour asiatico trascorso a Taipei.

    Sono arrivato a Taipei scosso da quello che era successo a Costanza. La sera prima avevo concluso la mia sessione di lavoro con la cena di gala al St Regis di Singapore – andata davvero bene – con una bevuta al PallMall67 di Singapore con un collega e una coppia di coniugi giapponesi. Fatto tardo, svegliato all’alba, seconda nottata de facto con meno di 4 ore di sonno, e arrivo in una grigissima Taipei all’ora di pranzo. Tutto rifletteva il mio stato d’animo. Una classica città cinese (sapendo bene di utilizzare un improprio rispetto alla fiera indipendenza taiwanese) grigia, inquinata, anonima.

    Fortunatamente già a pranzo mi sono tuffato nei sapori avvolgenti del cibo locale, di cui avevo letto meraviglie – e sono d’accordissimo: dumpling, wonton soup, dei funghetti neri, tanto oolong tea. E già dalla sera ci aspettava la prima cena di lavoro in un hotel di Taipei: subito ho apprezzato una certa dolcezza di modi delle persone, degli ospiti e un orgoglioso senso di identità. L’indomani ancora tempo piovoso, forse anche peggio, ma tanto avrei dovuto dedicarmi completamente al lavoro, con grandi esperienze gastronomiche locali, a pranzo taiwanesi, a cena cantonesi, con una mia masterclass tenuta nel magnificente Grand Hyatt della città, a pochi metro dal simbolo, che dalle prime nebbie che lo avvolgevano quando l’ho intravisto la prima volta si è progressivamente svelato nella sua bellezza: il grattacielo 101, simbolo di Taipei, e fra i 5 grattacieli più alti al mondo. Un’infinità di persone che si sono avvicinate a me, che mi raccontavano le loro attività, piatti sontuosi, di squisità bontà, un certo benessere percepito e visto (quante Ferrari, Lamborghini, Maserati), anche nel cocktail di saluto alla città dopo cena gustato in un bar, uno dei 50 top dell’Asia, il Cé la vi (scritto proprio cosi).

    L’indomani, cioè oggi, avendo tutta la giornata prima di prendere i voli serali per l’Europa, ho avuto l’onore di vivere un tour privilegiato della città con un nuovo amico, che non solo mi ha spiegato la storia degli ultimi 400 anni dell’isola ma anche fatto vedere tutti i luoghi più significativi della Taipei storica, e ne è emersa una città davvero piacevole.

    Taiwan è stata abitata circa 600 anni fa dagli olandesi, a cui fecero seguito dei mercanti cinesi del Fujian che cercavano posti per espandersi e lo trovarono in quest’isola a cavallo fra Cina e Giappone naturalisticamente impressionante: montagne di 4000 metri, spiagge e natura incontaminata, sorgenti d’acqua spontanee. Gli olandesi furono sconfitti dai Ming e a Taiwan si alternarono le dinastie Ming e Qing, fino a che nel 1895 l’isola fu ceduta al Giappone.

    Il periodo giapponese è ancora molto amato e ci sono evidenti lasciti nell’isola, sia architettonici che culturali (il wc che si riscalda e incorpora un bidet automatico, che per adesso nel mondo avevo trovato solo a Tokyo). E’ dopo la seconda guerra mondiale che si scrive la storia più significativa di Taiwan. L’isola torna ai cinesi dopo la sconfitta giapponese della seconda guerra mondiale e, soprattutto, dopo la rivoluzione comunista di Mao Zedong, a Taiwan si rifugia il generalissimo Chiang Kai-shek, proseguendo di fatto l’idea della Cina nazionalista prima del comunismo (instituì la Repubblica di Cina a Taiwan) e “preservando” molti aspetti della Cina pre-Mao, che ora è esperibile solo a Taiwan. Mao e il partito comunista si presero la Cina durante la guerra civile. Chiang Kai-shek e il Kuomintang, il partito nazionalista, si rifugiarono a Taiwan.

    Nel 2023 c’è uno stacco piuttosto evidente fra quello che è Taiwan e quello che è la Cina dopo Mao. Ho avuto modo di vedere le città cinesi, e per certi versi, molti versi, anche apprezzarle, ma Taipei, la capitale di Taiwan, mi ha restituito delle sensazioni più accoglienti, e una certa bellezza.

    La mattina ho passeggiato nelle strade in mattoni rossi della città “vecchia”: metto le virgolette perchè sono edifici risalenti al…1898! Da lì ho apprezzato in varie fogge, nel tempio buddhista e taoista (convivono insieme i due culti) di Longshan, il simbolo della città: il dragone. Qui si apprezza la grande capacità di convivenza religiosa della città fra profumi di incenso, gente che legge, altra che prega rivolta alle varie entità.

    Attorno al tempio e al primo insediamento del 1898 tantissimi negozietti lavoravano e vendevano gli herbal tea. Un’esperienza aromatica molto forte.

    La parte più spettacolare, oltre a numerosi edifici di stampo giapponese poi convertiti in ufficio pubblici (come le poste nazionali), è l’area del memoriale a Chiang Kai-shek. Mi sono gustato anche il cambio della guardia: mi mancava in Asia un rituale vissuto a Londra e Praga.

    A pranzo ho avuto modo di assaggiare i tipicissimi noodle di vitello piccanti, che bontà!, con una dissetante birretta taiwanese.

    Sono andato poi all’aeroporto accompagnato da un meraviglioso tramonto, il contrario della pioggia continua che mi aveva accolto all’arrivo.

    Davvero una bella città.

  • Bangkok 2023.

    Bangkok 2023.

    Sono all’aeroporto di Bangkok, dopo i miei primi 5 giorni di questo viaggio in Asia, in partenza per la seconda tappa, la ogni volta stupefacente Singapore. 

    Sono stati giorni intensi. Mi sembra di essere partito da una vita. E ho vissuto, provato, tutte le sensazioni dicotomiche che cerco nel viaggio. Mi sono sentito solo, spaesato, malinconico, ma anche fiero di aver sfidato me stesso, le mie insicurezze e di essermi aperto a tante novità, a posti nuovi, a esperienze molto diverse dal solito, di aver respirato, sentito e guardato con tutto l’entusiasmo possibile. Bangkok non é una cittá facile, ma ti seduce con la dolcezza dei suoi abitanti, i contrasti fra lo storico e il moderno, e soprattutto coi suoi cibi capaci di creare sintesi fra sapori apparentemente inconciliabili: l’aspro, il piccante, il dolciastro, l’umami. Senza parlare dei colori, dato dall’utilizzo di frutta e fiori. Suggere una noce di cocco, e da lì farsi accogliere dal pad thai, dagli stir fry, dalle zuppe di noodles, dal morning glory, una specie di cavolo nero saltato in padella con anacardi, lime e chili, dal tom yum, il loro delizioso gambero di fiume, dal barbecue satay, sempre tutto con questo agro-dolce, con questo speziato-citrico, con la guarnitura o del petalo di orchidea o del favoloso ed edibile butterfly pea flower, dal mango in tutte le sue declinazioni e tutta la frutta tropicale, alcune stranissima, esperibile sia in ristoranti che nello street food, presente in ogni via, é stata una chiave di volta squisita e quasi materna per entrare in sintonia con la Thailandia e le attivitá di lavoro che si sono succedute. Non ho avuto un grande impatto con la città: non ho assorbito per niente bene il fuso orario, ho avuto beghe di pancia, insicurezze e un senso di smarrimento diffuso ma pian pianino, complice appunto il cibo, le carezzevoli blandizie della cittá e i colleghi che ho incontrato qui, sono riuscito a sentirmi parte del tutto di Bangkok. La parte di lavoro è stata molto proficua e ritmata: masterclass, degustazioni, l’Icon Dinner in una favolosa cena al fresco in una atmosfera fiabesca da mille e una notte, il tutto sempre appunto in strutture di gran lusso e fascino, dal Continental al Siam Kempinski al Grand Hyatt Erawan, mi hanno permesso di presentare bene i vini e il nuovo riposizionamento di Ruffino. Poi ho avuto anche delle occasioni per vedere, per rivedere (era la mia quinta volta dal 2015) la cittá, i suoi quartieri, dai mall del lusso alla zona storica lungo il fiume, il Wat Arun, il Palazzo Reale, il budda reclinato, le atmosfere e i profumi sprigionati dai venditori di cibo a ogni angolo, dalle creme, dalle essenze, dagli oli, dai saponi – ho preso le bath bombs per le Upi anche questa volta -, dai monaci in arancio che non di frequente si incrociano. E di sabato ci siamo concessi, io e la mia collega Polly che mi segue da Hong Kong, la possibilità di visitare uno dei più strutturati e affascinanti floating markets. Dopo un viaggio di circa due ore verso sud, attraversando piantagioni e fattorie di cocco, saline, fabbriche, siamo arrivati in questa cittá in cui si svolge ancora, integro, il tradizionale mercato direttamente sulle navi, delle piroghe che ti si avvicinano proponendoti tessuti, cibo, artigianato vario. Un’esperienza straniante, un viaggio nel passato, che ho concluso con un caffe nero thailandese voluttuoso come quello che avevo visto. Si fa sempre più pressante la voglia di portarci qui anche la famiglia.

  • Douro, Oporto e il vino. Portogallo parte 2

    Douro, Oporto e il vino. Portogallo parte 2

    Siamo arrivati a Vila Rachel, una splendida quinta nella zona centrale della regione vinicola settentrionale del Portogallo, il Douro, dopo una giornata piuttosto lunga, con i meravigliosi detour a Obidos e Coimbra.

    Avevo voglia di visitare il Douro, fiume che dà il nome alla celebre regione vinicola dove vengono prodotte le uve e i vini che poi vanno a maturare a Villa Nova de Gaia, in Porto, per il rinomato vino fortificato Porto. E quasi tutti conoscono questo fatto ma tutti si limitano a visitare la peraltro splendida Porto.

    Il Douro prosegue la sua vocazione alla produzione da uve e vini per il “Porto” da oltre trecento anni, ma recentemente produce anche vini fermi, non fortificati, che stanno guadagnando sempre più risalto per la loro qualità. Peraltro mi ero documentato della bellezza della regione, indipendentemente dalla vocazione vinicola. E così ci siamo trovati a pernottare in una quinta, in una azienda vinicola, Quinta Vila Rachel, fondata da uno dei più illustri artisti portoghesi a metà XIX secolo e oggi una cantina a conduzione agronomica sintropica e vinificazione naturale davvero suggestiva. Natura che domina, non si parla di viticoltura ma di biodiversità in cui coesiste la vite con altri alberi, piante, arbusti, le piante traggono reciproco nutrimento, il suolo guadagna nutrienti, anche gli animali sono parte attiva di un ecosistema che permette di portare uve in cantine molto sane e profumati per vini poi appunto vinificati senza solfiti e lieviti selvaggi. Il tutto in uno scenario mozzafiato, con terrazzamenti che digradano a strapiombo verso il fiume Tua, uno dei tributari del Douro.

    L’indomani siamo ripartiti per Oporto, che nel mio primo viaggio in Portogallo mi aveva stregato più di Lisbona e che anche questa volta mi ha confermato quanto avevo percepito la prima volta. Città costruita attorno al fiume Douro, solcato dalle barche piene di botti del vino di Porto che poi vengono messe a maturare nelle cantine di Villa Nova de Gaia, di luce infinita riflessa fra il fiume, il cielo e l’oceano, di profumi e sapori (non solo il baccalà, ma anche la trippa e il panino alla francesina, un panino ripieno di roastbeef, maiale, prosciutto, uovo, i piatti tipici), di laboriosa decadenza fra gli azuleios, l’artigianato del sughero e i saliscendi cittadini. I giorni sono volati via, fra camminate, deliziose mangiate, le mie ossessioni per il vino soddisfatte nell’enoteca Garrafeira do Carmo e nella cantina Nieeport, una temperatura fresca, ventilata, piacevole. Insomma, dieci giorni volati via, letteralmente.

  • Segunda feira de Lisboa – Portogallo parte 1

    Segunda feira de Lisboa – Portogallo parte 1

    Siamo rientrati da qualche giorno dalla nostra bella vacanza estiva. Quest’anno siamo stati in Portogallo, e abbiamo vissuto davvero bei momenti!

    Abbiamo diviso la vacanza in due blocchi: attorno a Lisbona e attorno a Porto.

    Non era la prima volta, ma era la prima volta in quattro, in famiglia. Il Portogallo è davvero un paese ospitale, con una attitudine alla vita molto flemmatica, gentile, indolente, un po’ screpolata e malinconica come certi palazzi di Oporto, di Coimbra, di Gracia e dell’Alfama.

    Non ci sono monumenti imperdibili o metropoli accentranti, ma una bellezza diffusa, non accecante, rilassante, esaltata dall’oceano e dalle scoperte di terre nuove e commerci che ha dilatato le possibilità e la grandezza del Portogallo, ma la cui contrazione in epoca contemporanea ne ha innestato un tarlo di nostalgia, un velo di tristezza, di luce non più brillante ma opaca che secondo me sono la cifra stilistica che caratterizza questo meraviglioso paese.

    Fuori dal classico (e imperdibile) giro di Lisbona e Porto – la seconda città ancora più bella della già sublime Lisboa – e confermo un giudizio che avevo già avuto la prima volta – ci sono delle perle che rendono il viaggio davvero unico. Noi avevamo fatto uno scambio con una famiglia di Mafra, una cittadina con un palazzo reale in stile manuelino, e una pasticceria goduriosa accanto, davvero deliziosa. Mafra è a pochi chilometri da Ericeira, un paesino sull’oceano dove le bambine hanno provato (e riprovato) il surf, in spiagge di mare azzurro, di onde violente, di salsedine che ti stride la pelle appena si asciuga, di venti sferzanti fino alle lacrime, di sardine grigliate i cui fumi danzano in profumatissimi turbini furibondi. Più a nord, un altro giorno, abbiamo anche visto, e fatto un brevissimo bagno nelle acque gelide, Nazarè, il paesello con le onde più alte del mondo (record di 29 metri), oltre a una mangiata sontuosa in un ristorante, un avamposto, di un peschereccio, i cui non venduti sono lasciati a essiccare alla vecchia maniera con graticci nelle spiagge.

    Di Lisboa ho riapprezzato molto l’Alfama – abbiamo trovato anche un ristorantino che faceva sardine in scatola in produzione proprio – quel suo essere un po’ abbandonata, ancora antica, ma forse ho percepito un po’ la volontà quasi forzata di andare verso quel mondo: le biografie esposte ai muri degli anziani che abitano da sempre lì mi sono parse un po’ para-turistiche, così come l’aver trasformato qualsiasi locale, qualsiasi ambiente, in locali dove si suona il fado (che per il sottoscritto suona come una lagna inenarrabile, l’ho detto). Bella, più composta, raffinata ed elegante, ancorata alla grandeur delle scoperte, Belem. E che buoni i Pasteis de Nata, mangiati a Belem ma un po’ dappertutto.

    Abbiamo visto anche la deliziosa Cascais e soprattutto Cabo de Rota, il punto più occidentale d’Europa, dove un vento rabido, temperature precipitate attorno ai 10 gradi, ci ha travolti in un tramonto spettacolare, e molto divertente – aggiungo.

    A Mafra abbiamo trovato un ristorante ricavato da un convento accanto al Palazzo Reale dove si mangiava divinamente il baccalà e la pluma di porco. Ho anche avuto modo, vista l’onda lunga del WSET, di assaggiare l’ampia produzione del centro del Portogallo: i vini del Dao, dell’Alentejo, di Lisboa e della Peninsula de Setubal, vini in cui la freschezze oceaniche non hanno ancora lenito una certa dominanza estrattiva, ma buoni, gustosi, con un patrimonio ampelografico così ampio e diversificato da ricordare l’Italia.

    Dopo circa una settimana a Mafra siamo saliti verso nord. Di strada, abbiamo fatto due detour molto piacevoli: il primo, e non ci eravamo mai stati, nel paese medievale di Obidos, il secondo a Coimbra, in realtà col fine poco nobile di andare a mangiare in uno dei templi nazionali, il baccalà, poi, con la necessità di digerire abbiamo avuto modo di riapprezzare i saliscendi dell’elegante città universitaria.

    La nostra prima tappa al nord era una quinta nella incredibile valle del Douro. Ci aspettava Quinta Vila Rachel.