Si chiude oggi un viaggio nel tempo e nell’anima pazzesco, a zonzo, un po’ alla maniera di Pausania, tra le meraviglie del Peloponneso e Atene.
Non so nemmeno da dove iniziare. Dalle minuscole spiagge del Mani, forse, dove il mito colloca la porta dell’Ade e a noi è parso un paradiso: relitti abbandonati, piccole chiese sulla sabbia, nidi di tartaruga, un mare dolcissimo che passa dal turchese all’ottanio. Dai boschi di olivi, cipressi e lentisco del Taigeto, la montagna di Sparta, dove gli Spartani abbandonavano i bambini più fragili, e dalla idilliaca arcadia di Pan e del suo tiaso. Dal porticciolo dellla prima capitale Nauplia, dall’elegante Gytheio, dalle poche case di calce bianca di Mezapos riflesse nelle acque, del minuscolo Arkonthico. Le grotte ipogee di Diros. E poi le infinite stratificazioni della storia. Micene, con il Tesoro di Atreo e la Porta dei Leoni. L’incredibile perfezione acustica del teatro di Epidauro. Atene, con l’Acropoli di Pericle e il Teatro di Dioniso. Il Museo Archeologico Nazionale, con la Maschera di Agamennone. E ancora i lasciti bizantini, su tutti la pazzesca città fortificata di Mystras, perla dell’Impero romano d’Oriente, il culto ortodosso e le iconostasi, poi i crociati, i veneziani, l’arrivo degli Ottomani. E, lungo la stessa linea della storia, l’isola di Monemvasia – Malvasia. Un luogo diventato vino, perché da quel porto partiva un vino dolce e prezioso il cui nome avrebbe attraversato il Mediterraneo.
E che dire dei sapori, delle taverne, dei piatti condivisi: souvlaki, fritture, calamari, tzatziki, saganaki, olive, feta, souvlaki, moussaka, il vino col ghiaccio. Sapori semplici, mangiati senza fretta, spesso davanti al mare. E i tantissimi gatti incontrati e accarezzati lungo la strada. Tra i pensieri dei filosofi, i miti, le immagini che questo viaggio ci ha lasciato, torno a casa soprattutto con una parola-manifesto: philoxenia.
Letteralmente, l’amore per lo straniero. L’ospitalità, l’apertura verso chi arriva da fuori, verso ciò che non conosciamo ancora
Sono atterrato a Malpensa dopo circa 16 ore di volo, a cui si aggiungono le circa 7 ore trascorse all’aeroporto di Taipei. Malgrado le incontestabili comodità del viaggio a bordo della splendida compagnia di bandiera taiwanese Eva, il volo non finiva davvero mai. A un certo punto, nel chiuso pressurizzato del veicolo, in piena notte, nel silenzioso baluginio delle soffusi luci al led, anche la testa ha viaggiato e si è sentita altrettanto imprigionata: “E se stesse succedendo qualcosa in Italia? A casa? Io come posso aiutare?”. Pensieri ruminanti, oziosi, stupidi. Ho tamponato con due, tre film consecutivi. Un po’ di sonno accidioso e accaldato. Fintanto che, finalmente, sono iniziate le operazioni di atterraggio.
Scendendo dall’aereo, ho organizzato il mio trolley, agganciandoci in precario equilibrio anche le mie giacche e lo zaino del PC e, gravato da questo fardello di viaggio, ho messo finalmente i piedi a terra in una Malpensa ancora deserta e gelida. Che cambio climatico. Pieno inverno lombardo. Ancora buio fuori. All’immigrazione sono stato smistato da due carabinieri, in italiano (ahhh bene), alla fila più veloce. In realtà, erano tutte libere. Da lì mi sono recato all’area dei treni per prendere il Malpensa Express. Ho anticipato di mezz’ora sulla tabella di rientro e questo mi ha dato un ulteriore slancio. In attesa, freddo, freddissimo, e altri viaggiatori stanchi e assonnati, di rientro da altre destinazioni del mondo, che parlavano in Italiano del film della Cortellesi, “bello ma troppo severo per l’uomo, non sono tutti così”.
Sul treno, nel mentre che sfilavano tutte le stazioni lombarde e man mano che la giornata si faceva più chiara – giornata grigia di pioggia battente e pochi gradi sopra lo zero – ho cercato invano di anticipare anche l’Eurostar per Firenze Santa Maria Novella. Tutto pieno: del resto è l’8 dicembre, ho pensato. Crucciato da come tentare di prendere comunque quel treno, che mi avrebbe garantito l’anticipo di un’ora di rientro – che col senno di poi, dopo 12 giorni fuori, cosa avrebbero cambiato? – ho compiuto gli ultimi venti minuti di Express immalinconito e con la sensazione che fosse ancora più freddo.
Arrivato a Milano Centrale ho cercato di fare colazione, per poi confrontarmi, come da suggerimento della professionista di Trenitalia che ho trovato in stazione Centrale appena sbarcato dall’Express, dal capotreno del treno su cui avrei voluto salire: “Sarà lui a darti o meno l’ok”.
Colazione! Tutti i bar erano pienissimi, con code interminabili. Allora, col mio trolley stipato di portagiacche e zaino, ho sceso le scale e mi sono rifugiato in un baretto appena fuori stazione, dove la fila mi è parsa più breve.
Un po’ di attesa e poi ho ordinato cornetto alla crema e cappuccio. L’odore del caffè nel chiuso vaporoso e indaffarato del bar mi ha dato la scossa. In positivo. Quel profumo e il sapore della pasta dolce lievitata, voluttuoso poi della crema, e l’onda calda del cappuccino che mi ha carezzato il palato, è stato il mio bentornato in Italia. Ho letteralmente rallentato la masticazione e ho sorseggiato a piccoli sorsi il cappuccino.
Poi mi sono rimesso in moto verso il capotreno, verso il binario adesso palesato, leggero e scaldato. Sentivo la piega giusta, il corso degli eventi di nuovo verso di me. E infatti il capotreno mi ha assegnato un posto disponibile e ho fatto un viaggio pulitissimo verso Firenze Santa Maria Novella. in treno ho guardato dall’IPAD i cortometraggi di Wes Anderson tratti dalle favole di Dahl e mi sono alienato in una dimensione sognante, mentre il treno superava, come comunicato dai monitor, i 300 chilometri orari.
Firenze Santa Maria Novella. Un taxi verso Firenze Sud e l’incontro con la famiglia che è venuta a prendermi al Viola Park. Un forte abbraccio a tutte, la macchina col riscaldamento a 24 gradi, e “Babbo – si va a comprare l’albero di Natale?”. Sono davvero a casa.
Sono diverse settimane che non scrivo. Non è un gran periodo. Mi ha accompagnato una febbre alta e persistente, frenata per poche ore da tanta tachipirina, gli oki task per il mal di testa e, negli ultimi giorni, anche dall’antibiotico. Era qualche anno che non mi ammalavo con questa violenza. Non so se l’influenza si sia innestata sui miei turbamenti psicologici o viceversa, cioè se questa febbre ardente, lunga, dolente mi abbia poi portato ai ragionamenti cupi di queste ore. Fatto è che sono stato male sia di spirito che di fisico. Molto male.
In questi 6 mesi, dalla diagnosi, ho cercato di aggrapparmi al presente, all’ottimismo e al pensiero positivo, stringendomi forte alle bambine. Così mi hanno detto tutti di fare. Ho cercato anche di stare vicino a Laura, se non altro nelle logistiche: accompagnare di qua e di là…Poco altro, perché di forza ne ho meno di lei.
Ho cercato di aggrapparmi, sì, di studiare anche le tecniche migliori per stare aggrappato: yoga, meditazione, training autogeno. Ma non penso di esserci riuscito e la stanchezza che mi sento addosso, questo viso più bianco del solito, la mia barba lunga e incanutita, senza più gli irriverenti toni aranciati del mio rosso malpelo, mi ricordano la vacuità dei miei sforzi. Non sono più la persona che ero prima: prima ero brillante, quasi arrogante nel mio modo di aggredire il mondo, di costruirmi un futuro come professionista, come uomo, come babbo. Pieno di idee, di brio, di voglie, di creatività. Quel Francesco, malgrado i miei tentativi, non c’è più e adesso cammino fra le macerie del mio passato, inquieto del mio presente e con tanta paura di quello che potrà esserci domani. Non c’è nessun piano temporale dove io possa trovare un po’ di serenità. Oggi sono così: rigido, bloccato, inteccherito. Delle volte penso che mi farebbe piacere lasciarmi andare a un pianto, a liberarmi del carico delle emozioni negative. Ad aprirmi a qualche amico. E invece non ci riesco più.
Mi sono sempre immaginato dentro un viaggio che non avremmo mai voluto fare. Forse dopo 6 mesi sono nella situazione più difficile: lontanissimo dalla riva, lontanissimo dall’approdo. E ho lasciato che dentro di me strisciassero la rabbia (“perché è successo proprio a noi?”) e la depressione (in certi momenti mi sento proprio senza tono, senza spirito vitale). Ho perso anche mio babbo, a dicembre. Un dolore sordo, a cui non riesco a metterci nemmeno il pensiero, il ricordo, per il vuoto assoluto che provo. E meno male che con le bambine, con Matilde soprattutto, riesco ad abbracciarmi forte, a fare dei coccolini reciproci che sono come unguenti per le mie ferite. Questo prima non avveniva. Forse ho comunque maturato delle aperture inconsce del mio io, che mi permettono almeno un po’ di godere delle mie bambine e, in definitiva, di farmi aiutare, di aiutarmi a sbloccare.
Sono 6 mesi che mi dico che torneremo comunque a essere felici. E in fondo ci credo anche. Riesco a vedere un po’ qualcosa, a togliermi da questa nebbia esistenziale in cui mi trascino. E dico che ce la faremo. E che devo davvero lottare, perché ho una famiglia bellissima, ho una casa bellissima, ho un lavoro bellissimo, ho tanti amici che mi vogliono bene. Che tutto questo l’abbiamo costruito, ce lo siamo preso e conquistato. Oggi è difficile, ma ogni giorno può portare qualcosa di nuovo. E non deve essere necessariamente in peggio. Le cose possono girare. Ci sarà la guarigione e io, noi riusciremo di nuovo a guardare alla vita con la solita irriverente spensieratezza di prima.
Per adesso devo provare a fare pace con le mie inquietudini. E osservare le mie nuove piantine di peperoncino appena germinate. Che cercano il sole e si abbeverano di luce.
Questa mattina, fredda, asciutta, soleggiata, ho preso la Matilde, sveglia presto come suo solito, e ci siamo fatti una lunga girata in auto in direzione di una fattoria nelle colline di San Miniato.
Prima, da tradizione, anche se a ranghi ridotti, ci siamo fermati a fare colazione al bar Remo. Due cornetti farciti al momento con crema e cioccolato e due cappuccini, per la Mati senza caffè.
Poi ci siamo messi in auto. La giornata era gelida ma assolata. Il paesaggio, tolto il tratto nella Fi Pi Li, suggestivo come solo la Toscana sa essere. Abbiamo ascoltato musica, la mia musica, che la Mati ha mostrato di apprezzare con grande sensibilità. Non erano canzoni facili ma musiche e parole che la hanno colpita. Io poi le raccontavo un po’ di quello che muovevano in me, il significato di alcune parole, gli strumenti coinvolti…Abbiamo accompagnato il viaggio insieme all’Irata dei CSI, in cui Ginevra di Marco accompagna un sontuoso Giovanni Lindo Ferretti (che recita anche una poesia di Pasolini nel corso della canzone), Bohemian Rhapsody dei Queen (“Ma non ha le strofe e il ritornello!”) coi cori, il falsetto, le atmosfere struggenti fra l’opera e il rock, i violini e il piano in “November Rain” dei Guns and Roses, ovviamente Nomadi, l’inno al viaggio e alle sensazioni del viaggiatore del mio maestro Battiato, Fenomeno di Fabri Fibra, Telefonami fra vent’anni di Dalla, che da quante volte l’ho sentita la sa ormai cantare perfettamente, pur nella sua anomalia ritmica e nel suo essere poesia più che prosa e quindi poco logica a memorizzarsi, un po’ di Coldplay (“Sai Mati, mi dicono di assomigliare a questo qui, il cantante, si chiama Chris Martin” – le dico facendole vedere il video sul telefonino. “No, per nulla”, replica subito lei).
Quando siamo arrivati alla fattoria ci ha accolto una bambina con suo nonno e un grosso canone scodinzolante affetto. Una immagina molto bucolica e carica di metafore. Ovviamente a Mati aveva fatto male la macchina ma si é ripresa velocemente, fuggendo le zampate e le leccate di Balù ed esplorando quell’ambiente rurale conviviale e armonico. Abbiamo preso dei lampioni in ferro battuto per Bisarno e siamo ripartiti.
A casa ci aspettava l’altra metà della famiglia – la Mignola aveva fatto yoga al mattino in una associazione locale e grondava di entusiasmo al raccontarsi le tante asana scoperte.
A pranzo dei corroboranti e squisiti spaghetti integrali ai broccoli ingentiliti da una carezza di olio novo, anche la Nonna Za presente, seguiti dalla libidinosa schiacciata del fornaio di San Francesco, e il pomeriggio a dedicarsi, le donne, a decorare l’albero di Natale (eravamo in ritardo ma ci siamo rifatti con un albero proprio bello e pieno di colori) e io, insieme a Nonno Ciccio e al mio vicino-amico Sauro, ai lavori nei campi col trattore. Il freddo pungeva, ma il contesto era davvero magnifico. In un certo qual senso quel freddo era come si mi scaldasse, mi accogliesse: abbiamo ritrovato dei pozzetti che erano rimasti sotto degli accumuli di terra, abbiamo smosso la terra alle piantine dell’orto, abbiamo spianato una stradina e infine abbiamo fatto anche uno scavo, una buca, per accogliere un nuovo albero, un nocio, che sarà memoria e futuro di questo incredibile periodo. Il tutto scortati dal gatto Arancino.
La giornata – lunga ma viva, vissuta, impugnata – si é conclusa con una cena di pesce. Pescespada al pomodoro, olive e capperi con insalata di radicchi e una maionese di avocado buonissima, fatta dal sottoscritto che, al solito, ho mangiato solo io. Non sanno le altre cosa si sono perse a non accompagnarla al pesce spada. Una delizia.
Sono passati tanti giorni dall’ultimo aggiornamento. Siamo in autunno e i colori del cielo sono bellissimi, coi primi venti freddi a spazzare via la lanuginosa afa del trascorso agosto.
Le giuggiole sono ormai mature e le noci quasi, mentre anche i più ardui peperoncini si sono palesati nella loro piccante esuberanza. Abbiamo anche deciso di ospitare i nostri 4 gatti, aprendo loro il portone del fienile.
I lavori di ristrutturazione sono sospesi – tanto il più è davvero fatto -, anche se, guidato da mio suocero, stiamo facendo comunque delle piccole grandi minuterie lavorative che permettono di proseguire, di non sentirci mai davvero fermi: qualche stuccatura, il giardinaggio, le potature, l’ancoraggio di qualche attaccapanni scollato dal muro…
Le bambine – la scuola è iniziata da poco – sono brio e vitalità. La casa è un baluardo di bellezza e progetti che si sono realizzati e altri andranno a realizzarsi. Felicità catturata nella calce e nella pietra. Mi ci ancoro come gli alberi attorno, quando forte spira il vento e al più si spezza qualche ramo, le foglie cadono. Mai le radici.
Un progetto dovrà riguardare anche il sottoscritto, alcuni aspetti profondi di me stesso. E la stagioni asseconderanno questo viaggio. Un tentativo di cambiamento che proverò, giorno dopo giorno, respiro dopo respiro, passo dopo passo, a visualizzare per rendere tale. Attorno e assieme ai miei pilastri e ai miei affetti. Un’opportunità da cogliere e di cui poi godere.
“La felicità è un percorso, non una destinazione.
Non aspettare di finire l’università, di innamorarti, di trovare lavoro, di sposarti, di avere figli, di vederli sistemati, di perdere quei dieci chili, che arrivi il venerdì sera o la domenica mattina, la primavera, l’estate, l’autunno o l’inverno. Non c’è momento migliore di questo per essere felice. La felicità è un percorso, non una destinazione. Lavora come se non avessi bisogno di denaro, ama come se non ti avessero mai ferito e balla, come se non ti vedesse nessuno. Ricordati che la pelle avvizzisce, i capelli diventano bianchi e i giorni diventano anni. Ma l’importante non cambia: la tua forza e la tua convinzione non hanno età. Il tuo spirito è il piumino che tira via qualsiasi ragnatela. Dietro ogni traguardo c’è una nuova partenza. Dietro ogni risultato c’è un’altra sfida. Finché sei vivo, sentiti vivo. Vai avanti, anche quando tutti si aspettano che lasci perdere”.
Ecco Bisarno come si presentava oggi…alberi spostati dal vento
Oggi è il primo giorno di primavera. O forse, secondo alcuni ricalcoli astronomici che francamente poco mi appassionano, era ieri. Poco cambia. Climaticamente ci troviamo ancora in pieno inverno e, dopo le continue piogge che ci hanno funestato quasi ininterrotte dai primi di febbraio (tolti i giorni freddi del Burian), da ieri sibila un vento devastante e rumoroso su un cielo ancora pallido ed esangue: la “tramontana”, come viene chiamato da queste parti il freddo vento invernale di Grecale.
Per fortuna ieri sera sono riuscito ad atterrare a Peretola da Düsseldorf, un attimo prima che si levassero queste violente spire d’aria. Oggi l’aeroporto di Firenze è ovviamente chiuso e questa volta, finalmente, posso dire di aver avuto fortuna con un viaggio aereo, dopo i continui disastri dei voli scorsi.
Stamani mattina, risvegliandomi a casa – e avendo ritrovato anche un sonno nutriente e profondo – accompagnato dal rabido rumore dal vento e carezzato dalle morbidezze del piumone, mi sono subito affacciato fuori alla finestra, curioso di vedere se le piantine, gli alberelli, le aiouole, insomma il mio microcosmo verde appena gemmato, avesse subìto i mortiferi aghi del gelo.
E ho notato un aspetto che non avevo mai osservato: tutte le piante di Bisarno, soprattutto gli alberi più stagionati, sono cresciuti, per fusto e chioma, in obliquo, come una torre di Pisa, con andamento nord – sud. Questo è stato determinato dal vento, che spinge fortissimo e costantemente a Bisarno.
Immediatamente ho avuto una epifania e mi sono ricordato di un detour durante il nostro viaggio in Siria, a visitare il monastero di San Simeone, il 19 agosto 2010 (incidentalmente, giorno del compleanno della mia dulcissima rerum).
Eccomi al Monastero di San Simeone. Correva l’agosto del 2010
Quella di Simeone è una bella storia che avevo rimosso e che il vento furibondo e gli alberi vessati hanno riportato alla mia memoria. Simeone, prima che lo stesso nome fosse incarnato e demistificato da un eroe moderno del calcio, un centrocampista argentino di sostanza di Inter e Lazio (che allietava la mia rosa del fantacalcio e il cui figlio gioca oggi per la Viola ma ahimè del padre e del santo ha soltanto una ferrea quanto sterile determinazione), era un asceta che si ritrasse dalla vita di tutti i giorni isolandosi nella cima di una collina, seduto su una colonna.
Quando morì, molti emularono il suo esempio (e furono chiamati gli “stiliti”) e attorno alla colonna, alta quasi 15 metri, fu eretta una magnifica basilica di cui appunto io coi miei amici, ormai più di 7 anni fa, andammo a godere delle sue vestigia erose dal tempo. Una cosa mi colpì di quel posto: il vento, il vento imperioso che aveva piegato negli anni, come gli alberi a Bisarno, i cedri che ingentilivano il paesaggio di quella collina a nord di Aleppo.
E, fatto straordinario, gli scultori che avevano edificato la basilica in onore dello stilita Simeone, avevano deciso di scolpire, fra le figure ornamentali a decoro, delle foglie oblique, che mi sembrarono quasi storte ma che in realtà danzavano nel vento. Le architetture di quel luogo sublime avevano raccontato la natura. La avevano imprigionata scolpendola nella pietra e sublimandola per l’eternità.
Ecco le foglie mosse dal vento e scolpite nel marmo
Come questa mattina di cielo esangue che faceva da scenario a degli alberi piegati dalle intemperie e tutti scossi verso il sud. Mi sono anche io sentito per un po’ stilita. Poi ho abbandonato la mia colonna contemplativa e mi sono reimmerso nella mia quotidianità, ben coperto da sciarpa e cappello per non venire piegato dal vento.
Anche questi due giorni a Hong Kong sono conclusi. Mi trascino fra aeroporti e attività di lavoro con un po’ di stanchezza che sto facendo fatica a recuperare.
La mia giornata lavorativa a HK è stata caratterizzata dall’evento di James Suckling al Four Seasons, nel giorno in cui Ruffino, il 7 dicembre 2017, compiva i suoi 140 anni. Il 7 ricorre in Ruffino e si intreccia con la mia biografia: io sono nato nel 1977. Ruffino nel 1877. Riserva Ducale nel 1927 e la Oro nel 1947. Sono entrato in azienda nel 2007. E ieri eravamo al tavolo 77.
Di sera ho cenato in un posto molto suggestivo a Central, chiamato Tokyo-Lima, un ristorante nippo-peruviano (una disfida di bontà fra sushi cevichizzati e ceviche sushizzate, bagnata di pisco e sakè) insieme a due mie colleghe di Constellation che vivono a HK.
Non ho avuto tempo per me, in questo viaggio sono praticamente sempre fra aeroporti, aerei ed eventi: ho soltanto fatto una breve passeggiata defatigante vicino l’hotel, a Causeway Bay, e ho ritrovato l’Hong Kong che mi è sempre piaciuta moltissimo: i soliti contrasti che dominano in Asia ma qui molto più risolti, una occidentalizzazione spinta che però non ha fatto terra bruciata delle sue origini, una certa eleganza fra grattacieli, baracche, persone in abiti firmati e mendicanti in ciabatte, vecchie botteghe (ho visto uno dei più antichi negozi della città: un anziano signore che in un bugigattolo stampa con la sua piccola stamperia di primo Novecento) e negozi di lusso in grattacieli slanciati, montagne rigogliose e il mare che connette a Kowloon solcato da antiche barche e moderni panfili.
Più volte mi è presa un po’ di tristezza a parlare dei recenti avvenimenti, dai quali sono lontano migliaia di chilometri ma che bruciano forte qui dentro di me. Molti sapevano di Edoardo e volevano sapere di più – altri non sapevano proprio, e io non sono riuscito a trattenere le emozioni, mai. Questo viaggio non è emotivamente facile, ma lo sapevo: sto cercando di eseguirlo con tutta la professionalità e passione possibile. A testa bassa e con gli occhi aperti verso i tanti stimoli positivi e vitali che il viaggiare riesce a donare.
Ultima tappa, la Thailandia.
Contrasti
Il paradiso per i laici
Una bella zona: Central
Una fabbrica in un garage: una tipografia ancora attiva…
Novembre 2016. Salutando Calgary e le montagne rocciose alle sue spalle
Noi siamo “della razza di chi rimane a terra”, scriveva Montale in una delle sue poesie. Un endecasillabo che mi ha sempre schiaffeggiato.
Aeroporto di Firenze. Domenica di un dicembre da pochi giorni. Direzione Pechino. Volo in ritardo di un’ora, poi due, poi tre. Adesso siamo fermi chiusi dentro l’aereo dopo un illusorio boarding. Bufera di neve a Francoforte. Chissà quando e se arriverò in Cina. Quasi peggio del volo cancellato, sempre una domenica, un mesetto fa: nessuna riprotezione possibile se non dopo 44 ore. E nella stessa città di destinazione. Vai loro a spiegare che a quel punto mi sarei dovuto trovare 1000 chilometri più a nord. Non più a Toronto ma a Montreal. Inutile essere logici coi tedeschi della mia ex compagnia preferita. O quasi peggio, due settimane fa, della giornata trascorsa all’aeroporto di Munich, di rientro da Berlino. Tormenta di neve a Bologna, a metà novembre.
“Cantando il duol si disacerba”, diceva un famoso Francesco, peregrinus ubique ben più di me. Proviamo allora a rilassarsi con la scrittura. Tutto cominciò per colpa di un vulcano dal nome impronunciabile che dall’Islanda, correva il 2009, aveva eruttato ceneri così intense da oscurare per giorni metà spazio aereo mondiale, incluso quello che avrei dovuto occupare io, emozionato trentaduenne per quella che sarebbe stata la mia prima volta a NYC. “Vabbè, domani il cielo si libererà…”. Al quarto giorno fui mestamente costretto a riportare la valigia in camera e a disfarla, intonsa. Sento ancora il peso del bagaglio mentre salivo faticosamente le scale di casa. É la stessa valigia che viaggia con me, peraltro, adesso.
Negli anni ho avuto poi la fortuna di andarci diverse volte a NYC. Ma i voli, e gli aeroporti, mi hanno quasi sempre regalato imprevisti. Molto é dovuto al fatto che parto quasi sempre da un aeroporto piccolo e senza voli internazionali, Firenze. Ma certi accadimenti sono comunque in mano al caso. Talvolta mi hanno offerto soldi per non salire a bordo, a un passo dal check in. Non ho mai accettato, neanche in situazioni in cui avrei avuto del tempo da gestire e qualche euro in più in tasca. Sono scaramantico e comunque negli aeroporti, in quei luoghi di non appartenenza e di alienazione in cui mi sento fuori dal tempo e lontano da tutti ci voglio trascorrere meno tempo possibile.
Ma di tempo comincio ad avercene trascorso tanto. E mi ci sto adattando. Vero, ho avuto la fortuna di conquistarmi lo status di frequent flyer, quindi ho spesso accesso alle lounge. Tuttavia, anche fuori da quelle sale vagamente accoglienti – sostanzialmente reificanti, ho i miei punti di riferimento che mi fanno trascorrere la sosta in maniera meno nevrotica e sofferente. Grazie al wi-fi posso lavorare, o distrarmi: mi guardo per esempio i video di Mai dire Gol o IoDoppio di Paolino Ruffini, doppiaggio in livornese di film famosi. O seguo la Fiorentina. In streaming, nel 2013, a Hong Kong, quasi persi il boarding – venni richiamato in dodecafonia dagli altoparlanti – perché immerso nel godermi la prima vittoria della Viola di Montella a San Siro contro il Milan: il mio giubilo al 3 al 1 del carneade El Hamdaoui riecheggia ancora in quelle splendide architetture di vetro e acciaio. L’aeroporto di HK é fra i più belli e c’é un ristorante di prelibatezze cantonesi buonissimo dove mi fanno saporitissimi ravioli al vapore di tante fattezze e cromie. Anche Munich é molto bello ed é spesso sinonimo di un buon cappuccino al rientro dai voli intercontinentali al mattino presto: quando mi manca di più casa, a un passo dal rientro.
Atterrando a Frankfurt con la neve
Altri aeroporti invece proprio non li sopporto e quando posso li evito. Zürich col transfer in cui ti fanno vedere Heidi, le mucche e le montagne, e ogni tanto qualche bella pastoressa seminuda, al suono di campanacci e muggiti. Poi compri un panino e lo paghi 15 euro ed é pure cattivo. Parigi De Gaulle, che come la sua città di riferimento ha logistiche penose e lentissime. Fiumicino dove una volta feci l’erroraccio di imbarcare un bagaglio in stiva.
Il bagaglio é un altro segreto per alleggerire il peso anche psicologico del viaggio. Ormai riesco a fare bagaglio a mano anche per viaggi di una settimana. Più si é leggeri più le soste sembrano brevi e i voli più veloci. Sembrano. Poi se viaggi con la febbre e passi la notte malato in volo, il viaggio é interminabile e si ha tempo per pensare, e a 10000 metri i miei pensieri sono spesso cupi e neri. A me fa ansia staccarmi per 10-12 ore dal mondo. “E se succedesse qualcosa mentre io sto volando?”. E poi le mancanze, le malinconie per aver lasciato a casa gli affetti, la famiglia. Stavo male anche in volo da Toronto a Montreal: aeroporto Toronto Billy Bishop dove si va a fare il check in in battello e volavo in un piccolo aereo insieme ad altre 5 persone al massimo e la mattina, sudato dopo la tachipirina e di nuovo con la febbre alta mi aspettavano per condurre una lezione all’università di Montreal: la docente che coordinava il mio intervento si spaventò del mio pallore e mi offrì uno scranno da cui parlare seduto. Eh no, le dissi. Servanda dignitate.
Ogni tanto poi ci sono le turbolenze e i problemi in volo. Ci si impara a conviverci. Ma spesso sono loro a palesarsi con irruente maleducazione. Una volta mi trovavo di rientro da Sonoma, dopo aver assaggiato i vini della regione vinicola so far so close da Napa. Ero in un minuscolo aeroporto dedicato all’inventore dei Peanuts, Schültz, ed ero diretto a Los Angeles. Mi avevano detto che mi sarei goduto un volo meraviglioso dal punto di vista paesaggistico: tutta la costa della California da nord a sud. Il viaggio fu terribile. Turbolenze continue, cappelliere che si aprivano, nuvole sotto di me che mi impedivano di vedere qualsiasi bellezza. Atterrato nella città degli angeli, scosso, mi fregarono l’iPad. A Miami, sempre per parlare di città glamour, mentre aspettavo una mia collega in arrivò da Boston – io ero stato a Orlando dentro Disneyworld a tenere una degustazione con un tenore e un comico – un topone gigante mi passò sopra una scarpa. Un’altra volta rientravo con Laura, la mia compagna, da Malta: beccammo un fortunale violento con lampi e tuoni. In quei momenti divento anche sentimentale, quando penso che tutto sia perduto. Un’altra volta ancora, diretto a Londra, comincio a fumare un pezzo di ala, penso il flap. Ci annunciarono le procedure per un atterraggio in una pista speciale, attesi da auto dei pompieri. In realtà fu più l’idea di quello che stavamo vivendo perché l’atterraggio andò benissimo e neanche in volo ci fu il benché minimo disagio.
E pensare che spesso ho anche la fortuna di viaggiare con biglietti molto confortevoli: una volta da ragazzino scanzonato mi imbarcai con un amico con un volo charter verso Ibiza. A parte la pittoresca musica da discoteca a palla in volo, a un certo punto il bocchettone dell’aria condizionata (spesso farebbero meglio a chiamarla aria incondizionata per l’aria gelida) comincio a sputare acqua rugginosa sopra i miei capelli, ai tempi fluenti. Io fra lo scherno generale tentai di tamponarla con la Gazzetta dello Sport e feci gran parte del viaggio in questa assurda posizione. O come non pensare all’aeroporto militare di Cesarea in Cappadocia: sembrava la waste land di Elliott e il puzzo di piscio rancido che ci accolse lo ricorderò sempre (nei bagni aeroportuali mi stupisce sempre il numero di siringhe che trovo, credo per iniettarsi farmaci): poco male, eravamo alle porte di uno dei viaggi più belli di sempre e fuori ci aspettava un pulmino per 8 posti che ci avrebbe scorrazzato lungo metà Turchia. Qualche anno prima, sempre in viaggio di piacere verso Istanbul, con altri due amici, rimanemmo bloccati a Munich per neve e ci fecero dormire in un capannone adibito a hotel presso l’aeroporto. Ma eravamo giovani, e in vacanza, e presi quel detour col sorriso di una avventura nell’avventura.
Gli aeroporti di Instanbul e Mosca. Li unisce la follia attorno. A Instanbul ogni volta che atterriamo prendiamo taxi con oltre 200000 chilometri nel motore che si fiondano zigzagando a folle velocità verso Sultanhmet. A Mosca anche se volessero non potrebbero pestare sull’acceleratore: ogni volta entrare o uscire da Domodedovo – il più caotico e grigio fra gli scali da me esperiti – é una giungla di traffico e inquinamento.
Con gli anni la qualità dei voli sono migliorate, soprattutto nei viaggi di lavoro. L’aver conosciuto qualche mese fa un avvocato ebreo americano in un volo verso Toronto mi ha anche reso un minimo più scaltro: durante quel volo non funzionava il sistema di entertainment a bordo e, avendo dieci ore di tempo, mi ha spiegato i segreti per come scrivere un complaint. Adesso sono arrivato a Frankfurt (rimarremo bloccati qui per maltempo fino a domani): l’ho chiamato di nuovo per farmi dare consigli. E mi ha anche detto di aver ottenuto 35 mila miglia per quel complaint sull’entertainment. Io solo 10000…Sto imparando, ma temo che non sarò mai così avveduto.
Un girone dantesco: viaggiatori stranded in fila per il check in
Lunedì 4 dicembre 2017. Ho passato la notte e mi trovo adesso nella camera de Le Meridien di Frankfurt. Ieri sera é stata tutta una fila: per capire cosa fare, dove andare, per fare il check in qui all’hotel. In tanti viaggiatori erano nelle mie condizioni. Stanchi, frustrati, desolati. Momenti fertili per socializzare: la “social catena” di Leopardi. A cena ieri sera ho mangiato davanti a un buon Pinot Nero del Baden insieme a una funzionaria inglese che lavora al Parliament inglese per azionare la brexit. Anche lei vittima della neve e impossibilitata a rientrare a Londra. Durante la notte sarà stato il nervosismo la stanchezza ma ho avuto freddo alle gambe e caldo al busto. Ho dormito senza pigiama non avendo niente con me, eccetto spazzolino e dentifricio gentilmente concessi da Lufthansa (wow, so kind of you!). Fuori la neve tempestosa che ci ha bloccato ieri é diventata adesso pioggia fine, bassa, come quando la prima volta sono arrivato a Narita, a Tokyo, e fui smarrito dall’efficienza robotica che mi avvolgeva. Una sensazione alienante come in un libro di Murakami. Anche la pioggia sembrava avere un ritmo preordinato, una geometria sensata. Non mi ero mai sentito così lontano da casa come quel mattino di pioggia battente appena arrivato in Giappone.
Col volgere del tempo i miei voli si sono pure intensificati. Sono anche diventato babbo una volta, poi due. Allontanarsi dalla propria compagna é difficile, ma in un certo qual senso rende il ritorno “peposo” ed emozionante. É il distacco dalle bambine la parte più difficile. Che bello quando abbiamo volato tutti insieme, prima noi tre poi noi quattro. Ricordo il primo con Matilde per Barcellona, l’emozione nei suoi occhi, il suo stare composta e impettita. Catania, Amsterdam, Parigi, sempre educatissima e zelante nel suo ruolo di brava passeggera. Costanza invece ha vissuto i suoi primi voli con la stessa irriverenza dei suoi primi passi. Polemica, sfrontata, solare: in volo verso Trondheim, con scalo a Copenhagen (nel cui aeroporto c’é un kindergarten favoloso dove cadde dalla scivolo battendo una testata clamorosa che le procurò un livido nero vicino all’occhio per metà vacanza), ci fece dannare…e divertire.
Tempo adesso di farsi una doccia e tornare all’aeroporto di Frankfurt. In pochi giorni ci sono ancora tanti aerei da prendere. Mi aspetta la Cina, poi Hong Kong, poi la Thailandia. Poi casa. Perché la cosa più bella di questi viaggi, che siano di piacere o di lavoro, é poi avere un paese dove tornare. E che, qualsiasi cosa accada, sono un balsamo, una crescita, un confronto con se stessi del quale mi é ormai impossibile fare a meno. Avversità incluse.
Noi siamo “della razza di chi rimane a terra”. Ok, tutto vero carissimo Eugenio. Ma niente può frenarci l’istinto di viaggiare, noi irrequieti come le vorticanti anime in pena d’amore dei lussuriosi descritti da Dante. L’aereo per Pechino é pronto, 24 ore dopo. Vado a fare il check in.
Prima di lasciare l’hotel e ritentare verso l’aeroporto la via per la Cina!