Entro in punta di piedi nel 2022. A differenza di quanto ritenuto dalla quasi unanimità, il 2021 per me e la mia famiglia, almeno per il nucleo più essenziale, non è stato per niente male. Anzi. Così come male non lo era stato neanche il 2020. E’ vero, c’è il CoVid. Ma ci può essere ben di peggio…
Sono stati altri gli anni brutti. E io ho sempre più paura che la situazione peggiori. Da sempre ho la sindrome della corda tesa su cui cammino e che mi dà emozioni da lassù, e alla quale non posso rinunciare, ma la caduta, anche un semplice passo falso, un inciampo, sarebbe fatale…
Quindi, con cauto ottimismo ci apprestiamo a colorare di vita questo 2022 dopo aver brindato, noi quattro, in un meraviglioso agriturismo sopra Rufina, al 2021.
In questi giorni stiamo definendo i progetti di recupero del fienile, l’altro elemento essenziale di Bisarno. Il portale del fienile, del resto, è elemento iconico della struttura. Ha fatto da copertina al libro “La Toscana di Ruffino” ormai 5 anni fa, è il protagonista del logo che abbiamo disegnato per Bisarno, per dare anche un’anima semiotica all’ambiente. Ha elementi costruttivi bellissimi , come la capriata, o il lastricato al piano aia. Ne sento l’anima.
Ci piacerà continuare a tirar fuori, come dei maieuti, l’aspetto conviviale e accogliente di Bisarno. Quando abbiamo ospiti, amici, parenti, l’atmosfera è magica e impagabile. Ci fa stare bene. E su questo desidero costruire: la bellezza e la poesia dello stare insieme.
Avanti tutta. Io non mi risparmierò su niente. Si vive una volta sola e non voglio rinviare. Non voglio perdere occasione per stare bene. Non voglio dissipare energie nervose in questioni stupide. Ho dei sogni e proverò a materializzarli.
Oggi tutte le foglie stanno cadendo. Molti alberi sono già spogli. A terra è tutto un accartoccìo. Il cielo è grigio e il vento è sinistro. Nothin’ lasts forever. And it’s hard to hold a candle in the cold November rain, cantano i Guns’n’roses.
Mi è tornata la paura. Paura che qualcosa possa di nuovo spezzarsi. Mi è bastato una osservazione di una presunta anomalia che mi sono sentito come il nocio davanti casa: in vano tentativo di trattenere le sue foglie dalle spire ventose che, alla fine, hanno sempre la meglio. Nothing lasts forever.
Dicono di stare sul presente. Sui qui e ora. Non è mai così facile. O per lo meno, lo è fintanto che le cose tutto sommato vanno bene, ma quando sai cosa hai vissuto, cosa hai passato, cosa rischi, l’esercizio della consapevolezza è particolarmente scivoloso.
Alla paura si affianca la mancanza. Sono ormai un uomo di quasi 45 anni. E ho subito delle perdite. Una volta da bambino erano stati i nonni a venire meno. E lo ricordo come il primo schiaffo potente verso la normalità. Poi siamo cresciuti. E sono arrivati altri lutti. Anche persone giovani. E le malattie. E la vita poi paradossalmente si è fatta più dura ma anche più bella, non sprecata. Le mancanze però lacerano, appena si mette un po’ la testa su certi ricordi, o una canzone, una immagine, li evocano. Io sto provando a far mie certe note caratteriali, a vivere io certe cose che sarebbero piaciute a chi non c’è più, e ne sarebbe orgoglioso. Penso di avere abbastanza nel mio modo di essere ora di mio babbo, in questi tre anni dalla sua morte.
Sto guardando un video di Italia 90. Sulle note di Notti Magiche. Avevo 13 anni. Sono passati più di trent’anni. Oggi faccio vedere quel video alle mie bambine e non capiscono perchè mi commuova a vedere Gullit, Schillaci, Mattheus, Maradona, Caniggia, Robi Baggio appena passato alla Juve. C’era mio babbo, i miei nonni, la mia vita davanti. Non piango per quelle immagini. Piango per quello di rassicurante che avevo. Quel nido affettuoso che mi era stato costruito attorno e nel quale io potevo sperimentare spavaldo.
Oggi devo giocare un ruolo diverso in una partita più complessa. Sono io uno di quei pilastri che i miei genitori avevano edificato attorno a me. In quel magico noi tre che sento ancora così presente. Nel cucinotto di casa di via della Repubblica 35-40 anni fa. I pranzi del sabato accartocciati in quei pochi metri quadri con pollo arrosto preso al mercato e ad ascoltare alla radio le classifiche delle hit, loro che parteggiavano per Ramazzotti e io per Luis Miguel di Ragazzi di oggi….
E non posso permettermi agli occhi della mia famiglia di oggi la paura e la mancanza. Sono io quel centro. Ne sento la responsabilità. E il tempo passa. Corre. Un attimo e anche loro saranno grandi. E noi ancora più grandi. Ai loro occhi vecchi. Ai nostri ancora in cerca di equilibrio. Delle volte mi chiedo come mai nessuno, nessuno riesca a capire, io per primo, che la vita tanto passa per tutti, ed è inutile spaventarsi per quello che potrà accadere, per i risultati di un esame medico, per una malattia, per il lavoro.
Stare sul presente. Volere e volersi bene. Non ferirsi con le parole. Dare il massimo in ogni cosa si è chiamati a fare. Non perdersi in pensieri brutti. Lasciare qualcosa a chi ci sarà dopo: anche oggi ho piantato un caco. Ho riempito la casa di alberi. Cercare il bello, perchè il bello nutre. Protegge. Mantenere l’equilibrio su questa corda tesa. Esorcizzare la paura e la mancanza. Che ho io e che penso abbiano tutti.
E che forse ci aiutano a darci spinta a vivere al meglio.
Agosto 2008. L’astronave – un pulmino scassato con aria in-condizionata per lenire l’afa ottomana – sta per arrivare a Konya, la città dei dervisci che ruotano. Siamo un gruppo di 8 amici a zonzo in Turchia in uno dei più belli fra i nostri viaggi interstellari: tanta voglia di vivere, scoprire mondi lontanissimi e i villaggi di frontiera alla fine della strada.
Con quell’astronave, negli anni successivi, nomadi, viandanti in cerca di ospitalità, abbiamo vagato, esperito, riso. L’essenza stessa del viaggio. Anno dopo anno. Ci siamo trovati in “Mesopotamia”, la valle fra i due fiumi che vide alle sue sponde Isacco di Ninive. Poi il Medio Oriente della Siria, Giordania, Libano. Israele. E abbiamo provato il “Mal d’Africa”. La “Stranizza d’amuri” per la Sicilia. Con gli stessi cosmonauti abbiamo cantato all’unisono “Alexander Platz”, nel mezzo di una fitta nevicata che ci bruciava gli occhi, ai piedi della iconica torre della televisione della piazza berlinese. E la prima volta a San Pietroburgo, in una infinita notte bianca di giugno, che emozione cercare Stravinskij, camminando la via, la Prospettiva Nievskij, dopo aver visto Amore e Psiche del Canova all’Hermitage e sentire, profondamente sentire, una profonda e rara empatia col tutto, che si prova davvero poche volte nella vita: un rapimento mistico e sensuale.
Non avevo ancora neanche 17 anni quando il nostro professore del liceo ci aveva assegnato come “tema” di esame una traccia bellissima: l’analisi testuale di “Un’altra vita”: “Certe notti per dormire mi metto a leggere. E invece avrei bisogno di attimi di silenzio. Certe volte anche con te e sai che ti voglio bene. Mi arrabbio inutilmente senza una vera ragione. Sulle strade al mattino il troppo traffico mi sfianca. Mi innervosiscono i semafori e gli stop. E la sera ritorno con malesseri speciali. Non servono tranquillanti o terapie. Ci vuole un’altra vita”. Orgogliosamente avevo sviluppato il testo in un elaborato ampolloso e ridondante, non un gran tema onestamente: la mia ansia da prestazione mi aveva portato a strafare…
Franco Battiato andrebbe insegnato a scuola e ora che non c’è più è una giornata difficilissima. Ma non sono triste. Un pianto strano, agrodolce, nostalgico che non è quello straziante, assoluto, irreparabile che ho pianto quando è morto mio babbo. “Vincerà lo spirito, la bellezza e la cultura”, raccontava Franco Battiato, sublimatosi, avrebbe detto lui, dopo una brutta malattia, che ne ha anticipato l’ascesa verso l’immensità, nella sua casa accovacciata sul tonitruante e irrequieto Etna di questi ultimi mesi.
In questi giorni l’eco mediatica che sta trovando la ferale notizia, purtroppo attesa, mi rende impossibile qualsiasi normalità. Tutti ne parlano, ne scrivono, in contrasto con la piccola e chiusa nicchia di persone che lo amavamo e ne cantavano ipnotizzati il profumato fiore delle sue poesie musicate: canzoni ok – ritmi peraltro apparentemente semplici e orecchiabili – ma testi visionari, suggestivi, sognanti e raffinatissimi. Le sue canzoni sono cantate in monasteri di clausura, da operai al lavoro, nelle serie televisive e nei teatri, da adolescenti inquieti e da saggi attempati.
È vero: più si invecchia, e più affiorano ricordi lontanissimi, come se fosse ieri. Nessun tempo, nessuno spazio: le estati coi miei genitori in una Sardegna pre-turistica, ai primi anni ‘80, in una spiaggia di sabbia finissima, il loro amore, l’eco di un cinema all’aperto, i gabbiani, la perfezione di una famiglia a tre con gli occhi gorgoglianti di un me bambino non ancora decenne, e, a proscenio, un juke-box brilluccicoso che suonava ripetutamente “Summer on a Solitary Beach” e che mi aveva iniziato, inesorabilmente, verso un culto precocissimo e quasi religioso di Franco Battiato.
Battiato non è stato un musicista. Ha praticato – soprattutto attraverso la musica, ma anche con la pittura, la cinematografia e il teatro – la spiritualità e la ricerca dell’essenza. E lo ha fatto con ficcante gentilezza, garbo, ironia. Forse è per questo che ha attratto, magnetizzato così tante persone in una venerazione che per alcuni, quorum ego, ha del mistico e dell’assoluto.
Non c’è civiltà sepolta, periodo storico, personaggio misterioso, città esotica che Battiato non abbia ridipinto con le sue parole. Le sue canzoni sono viaggi, avventure, voli imprevedibili e ascese velocissime, codici di geometrie esistenziali – come canta nella kantiana “Gli Uccelli”. Né si è poi negato la scrittura di pura filosofia trascendentale (regalatevi l’ascolto delle meno note “L’ombra della luce” o l’assoluta perfezione di “Lode all’inviolato”), né la critica sociale e civile (da “Bandiera Bianca” a “Povera Patria”).
E l’amore? Cosa è l’amore per una persona che non si è mai sposata e non ha mai avuto figli, nel nome di una disciplina rigorosissima nella ricerca spirituale, che non ha niente della rinuncia e della misantropia: Battiato non ha mai rinunciato ai rituali degli affetti e delle consuetudini (“i desideri non invecchiano quasi mai con l’età”), ai piaceri della carne (“bisogna pur che il corpo esulti”), alla sottolineatura della bellezza ipnotica e ammaliante della donna (qui andate a tutto volume con “Sentimento Nuovo”), e al racconto di amori forti, animaleschi, chiaroscurali e nostalgici, come ne “L’animale”: “Vivere non è difficile, potendo poi rinascere. Cambierei molte cose: un po’ di leggerezza, e di stupidità”. Quante volte me lo sono detto a fronte di amori finiti, scelte sbagliate, eccessi di cerebralismo?
Mi è impossibile non citare altre due odi di Battiato che scolpiscono l’essenza e la natura dicotomica del sentimento, e la possibilità stessa di poterlo trascendere in una forma ancora più alta: “La Cura” (“Io sì, che avrò cura di te” – chi non ha vagato per i campi del Tennessee?) e “E ti vengo a cercare”. Sapete che vi dico: che la versione del klein Johannes, di Giovanni Lindo Ferretti in “Linea Gotica”, è ancora più struggente. E una parola sola di tutto il testo viene modificata: “L’emanciparsi dall’incubo delle passioni” di Battiato diviene “L’emanciparsi dal vincolo delle passioni” di Ferretti.
Queste opere d’arte saranno ascoltate fra 500 anni. Sono prova di quello che può raggiungere l’uomo e una testimonianza di umanesimo da offrire agli alieni, alle cavallette, o a chi verrà dopo di noi in questo pazzo mondo pandemico: gli uomini hanno potuto questo: ascolta!
Due parole sulle sue muse: meravigliose e squisite interpreti che hanno ingigantito il lascito imperituro di Battiato: l’Alice di “Per Elisa” e la favoleggiante e incantevole “I Treni di Tozeur”, ennesimo capolavoro meno noto del maestro ambientato fra i miraggi del lago di Tozeur, in Tunisia, la Milva di “Alexander Platz” della Berlino Est negli anni del Muro, i disperati graffi di Giuni Russo di “Un’estate al mare” o di “Lettera al governatore della Libia”. E cosa dire degli storici collaboratori? Fra i tanti, tantissimi il virtuoso violinista Giusto Pio e il filosofo Manlio Sgalambro.
Potrei dilungarmi ad taedium e diventare patetico e nozionistico, finendo per avvilupparmi in una sorta di “Chanson egocentrique”. Solo un ultimo episodio: al concerto a Villa Fabbricotti, a Sesto Fiorentino, nel 2009, riuscii, supplicando sotto il palco, a farmi cantare “Prospettiva Nievskij”: il maestro mi individuò fra la folla (non enorme, ma significativa), ingigantendo il mio ego, indicandomi e promettendomi di farla con un laconico: “Va bene, va bene…”. Piango anche ora a ricordare quel momento imperituro, scolpito nella mia anima per sempre, in cui cominciò il proverbiale incipit “Un vento a trenta gradi sottozero…” che immediatamente mi fece trascendere nella fredda San Pietroburgo della rivoluzione, sferzata da venti e dalla neve e riscaldata da lampade a petrolio.
Ancora una volta, e per sempre, il mio maestro mi insegnò a trovare l’alba dentro l’imbrunire.
E allora continuerò a cercarla: viaggiando in buona compagnia, tessendo relazioni gentili, carezzando i ricordi, prendendomi cura di me e degli altri. Grazie di tutto Maestro, e buon passaggio.
Quando abbiamo rilevato la casa di campagna, l’altalena cigolava rugginosa nel prato, sotto il susino selvatico, non distante dalla concimaia.
Probabilmente da anni le mancavano le spinte gioiose dei bambini, perchè sembrava più una diruta carcassa di ferro che un gioco antico e bello. Neanche le mie bambine avevano fatto in tempo a provarla: nel restauro anche l’aia e il prato avrebbero dovuto essere rimossi, e con loro l’altalena.
E così l’altalena, con le sue nostalgie di ruggine, era stata eradicata dalla sua solida fondata in cemento e accatastata più in giù, a valle. Insieme ad altre ferraglie da cantiere: capre, ponteggi, tondini di ferro.
Dopo un paio di anni di lavoro, la casa era rifiorita: la mia famiglia, ciarliera e squittante, l’aveva animata di una nuova vitalità, che tanto prendeva dalle tradizioni di una volta, il camino, il tavolo di legno, la cucina in muratura, e altrettanto se ne emancipava: i pannelli radianti, la resina, internet, il corten: i tempi moderni che anche i nonni, avessero potuto, non avrebbero minimamente disdegnato.
L’altalena continuava però a giacere dimenticata fra le ferraglie, poco più in giù, nel campetto prossimo al fiume. Tuttavia, l’ipnotico su e giù, alti e bassi, un salto lontano quando si è al punto più alto, e una corsettina quando l’altalena è al suo minimo, è come se non si fosse mai interrotto, animato da chissà quale presenza.
Un po’ come gli anni della mia e forse della vita di tutti noi: un’altalenante danza di bassi – pochi mostruosi, altri spaventosi – e nuovi alti, nuovi “su”, col vento in faccia, ancora più inebrianti grazie, forse, proprio a quei bassi.
Ogni tanto ci ripenso a certi giorni bui, ma mi gira la testa e smetto subito: respiro a pieni polmoni il sapore di non esserci più invischiato. E la paura di riviverli mi fa afferrare con maggiore forza le aste dell’altalena e mi ritrovo al contempo bambino e adulto. Avanti e indietro nel tempo, mai così presente.
In questo presente, in cui fortunatamente la mia altalena libra in alto, ieri stavo seminando l’orto invernale: spinaci, bieta, fave, agli, aglioni e cipolle. E l’occhio mi è caduto poco più in giù: fra le infestanti, la rugiada del mattino, il gatto appollaiato sopra (come lo Stregatto di Alice) e il primo sole che la imbrillantava, ho intravisto un lacerto della vecchia altalena. La vecchia altalena rugginosa. E’ stato un attimo (e una grande fatica) prenderla, trascinarla al centro dell’orto, issarla e trasformarla in un doppio sostegno di ferro nostalgico e rugginoso per una pianta di ribes e una pianta di Sangiovese.
Due piantine un po’ sofferenti, stentate, che necessitavano di un traliccio forte su cui, auspicabilmente, radicare, crescere, aggrapparsi nel corso degli anni l’un l’altra, far fiori e frutti e -come tutti noi – andare un po’ su e un po’ giù, un po’ su e un po’ giù…
È arrivato giugno e quel caldo estivo che attendevamo con ansia. Come temevamo, ci siamo bruciati la bella stagione, la primavera con le sue temperature dolci di giorno e fresche le notte. Non ci lamentiamo: nessuno sopportava ormai più la pioggia continua che ha accompagnato tutto maggio.
Siamo arrivati a riprenderci la stagione che lo scorso anno avevamo interrotto a metà. Lo facciamo profondamente cambiati, Laura ancora con lunghe cure da sostenere, ma la voglia davvero di vivere questa nuova vita, diversa, che ci ha ferito, ma che ci ha anche aspettato e che nostro malgrado si è fatta desiderare più di prima.
E noi viviamo. Abbiamo comprato degli splendidi cuscini per i divani in ferro battuto sotto la pergola. Quest’anno ho concesso a colture unicamente ornamentali, fiori in vaso, di adornare il giardino, per il puro onanismo di godere della bellezza dei fiori. Ho un orto che mi mangia tempo e mi restituisce serenità, e lo curo con dedizione e con a fianco un sornione gatto arancione. Sono state murate le ringhiere in ferro battuto, trovate a Forlimpopoli qualche settimana fa nella mia caccia al riuso. Mi sto perdendo nei dettagli e nei particolari, convinto che la bellezza ci possa nutrire. E sabato mi sono anche dilettato a sviluppare un sentierino con le lastre di pietra lungo il prato, e mi è anche venuto bene: sono percorsi storti e sghembi, come spesso mi trovo mio malgrado o scientemente a dover intraprendere, ma va bene così.
E domenica, ieri, abbiamo dato una festa per la classe di Matilde: Matilde e anche Costanza felicissime e noi orgogliosi di far vivere ai nostri amici l’aspetto più essenziale e magnetico di Bisarno, la sua naturale ospitalità. È stata una faticata, io ero già febbricitante e Matilde lo è da oggi, ma ne è valsa la pena. Penso che fino allo scorso anno sarei stato io per primo meno aperto a eventi come questo e avrei fatto prevalere il mio L ato musone e un po’ misantropo, attitudini che di solito riservo al mio io privato mentre al lavoro appaio l’esatto contrario. Invece ho accolto la proposta di Laura e vissuto con piacere questa occasione per stare insieme ad altre persone, accettando finanche con atipica filosofia che i bambini giocanti mi pestassero nelle loro scorribande qualche piantina…quantum mutatus ab illo.
Questa mattina, un lunedì di nebbia e vento sopra cui filtrava a fatica un pallido sole marzolino, mi sono trovato in auto con le bambine in singolar conversazione. Raffreddate, ma di umore gagliardo e piuttosto querule, le ho coinvolte, nel breve tragitto che ci separava dalla scuola, in una riflessione dialogata sulla felicità. Forse non dovrei parlare di certi argomenti con loro – sono ancora piccole – ma appena ho iniziato il mio ragionamento, ho trovato subito delle ascoltatrici attente, partecipi e molto lucide.
La felicità. In questa fase della mia vita non ne ho troppa, purtroppo. Mi ha da sempre attratto l’aforisma, attribuito a Madre Teresa ma in realtà ripreso con parole lievemente diverse da più pensatori, secondo il quale “la felicità non é una destinazione ma un modo di viaggiare”. Qualche anno fa affrontai la questione con Edoardo, l’amico che non c’é più, scrivendogli questa frase a chiusura di una lettera che gli avevo dedicato nel giorno dell’anniversario della prematurissima scomparsa della sua compagna.
Oggi con le bambine non ho parlato di morte, ma ho soltanto indagato su cosa rappresenti per le mie piccole, ma già grandi Upupole, essere felici, cercando io per primo di darmi degli insegnamenti, di auto-aiutarmi. Ci siamo fermati nel ragionamento attorno a una metafora, a un esempio concreto, premettendo loro che io per primo non riesco ancora troppo bene a incarnare quello che vo’ predicando.
Ci siamo detti che la felicità, quella più duratura, non é una giornata al mare d’estate, o un bel voto a scuola, non un qualcosa che accade quasi per caso, ma in realtà é un sentimento, uno stato d’animo, un approccio comportamentale, una crescita, un “modo di viaggiare”, tornando alla poesia di Madre Teresa, da conquistare passo dopo passo.
Abbiamo fatto un paragone coi nostri semini di peperoncino. Al ciclo naturale che le bambine dallo scorso anno hanno imparato a conoscere, seguendolo con passione e dedizione. Ecco, ho detto loro: la felicità la senti nascere come un semino che prima germoglia e poi cresce, grazie solo alle cure che ogni giorno gli abbiamo riservato. “Addomesticandolo” come abbiamo letto nel piccolo principe, cercando di essere presenti e costanti per il semino, attraverso tante continue cure e premure: il travaso in un vaso più grande o nell’orto, l’annaffiare con regolarità, fertilizzare, proteggere dai funghi e dagli insetti le delicate gemme – perché la pianta si può ammalare, e guarire. Prendendocene cura insomma. Impegnandoci per far si che qualcosa – una nascita sana e vigorosa – succeda.
Poi le cose accadano anche da sè, una volta instradate col nostro amore: arriva la primavera, la luce e il calore, e gioiamo meravigliati della bellezza dei fiori. Quello che non sembrava possibile, è. E possiamo anche lasciarci andare a gesti frivoli e lievi, come annusare le fioriture, farci nutrire dal bello della natura. Fiori rosa, bianchi, rossi, dove prima c’era solo un piccolo seme apparentemente insulso.
“Poi vengono i frutti e l’estate!”, mi incalza Matilde. Eh si, la pianta diventa adulta, addomesticata e rigogliosa, e ci ricompensa con i suoi frutti. É questo il momento quando la felicità si fa sentire più forte, anche nelle sue contraddizioni e nelle sue spigolature. Perché ne siamo stati noi i creatori, gli artefici, i piloti, perché ci siamo imposti, anche sforzandoci e controvoglia, un “modo di viaggiare” positivo e costruttivo, anche quando eravamo un po’ tristi per quello che ci stava accadendo. Quando sentivamo freddo e molta paura del domani. Piantando i semini.
“Si, ma i peperoncini a me non piacciono babbo, sono troppo pizzicanti”, squittisce Costanza. Vero, la felicità non é mai perfetta, e talvolta la si prova anche guardando la vita da un punto di vista meno severo, più indulgente, ingannandoci un po’. Perchè poter mangiare il frutto delle proprie cure, assaporarne fisicamente la consistenza, anche se il frutto è un po’ ammaccato, amarognolo, oppure piccante, ricordando che prima avevamo solo un semino e tanta incertezza, ci dice che il nostro “modo di viaggiare” ci ha portato, metro dopo metro, comunque un po’ più in là. A nuova vita. A nuove percezioni fisiche e psicologiche.
E per l’autunno che verrà – le foglie rosse e fragili splendide prima di cadere – per l’inverno dove tutto sarà fermo, algido e apparentemente senza vita, in cui ci metteremo addosso dei cappotti pesanti per proteggerci dal freddo – ci potremmo sempre ricordare che ogni frutto contiene tanti semini. E che, sotto sotto, la vita continua a pulsare. Sempre. E che la felicità ce la dobbiamo conquistare, perché è bellissimo sentirsi rinascere dopo aver lottato e subìto la caduta. Anche se il vento potrà piegarci, le malattie stancarci, le stagioni costringerci a continui cambiamenti di cui avremmo fatto volentieri a meno, dentro di noi avremo abituato a far pulsare sempre il seme della rinascita.
“Babbo – che noia…Comunque all’asilo faccio un disegno dedicato a te”, taglia corto Costanza. Matilde l’avevo già lasciata davanti alla scuola elementare, che correva in classe scortata sulle strisce dal vigile urbano, da sola, come vuole lei. Entrambe vivaci, impertinenti e fiorite. Come dei semini germogliati e piene di vita e coraggio, dei quali ho, abbiamo avuto gran cura e dedizione. Ecco, la felicità. Appunto. Un “modo di viaggiare”.